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Caporalato tra Puglia e Basilicata, sei persone ai domiciliari: tra gli indagati anche un ex carabiniere

Roma, 17 settembre 2026 – Sei persone agli arresti domiciliari e 19 indagati complessivamente nell’ambito di un’inchiesta sul presunto sfruttamento di lavoratori agricoli, in gran parte stranieri, tra il Tarantino e il Materano. È il bilancio dell’operazione “Terra di Confine”, condotta dai Carabinieri di Taranto su disposizione del gip del Tribunale, su richiesta della Procura. Tra le persone coinvolte nell’indagine figura anche un ex carabiniere oggi in congedo.

L’inchiesta riguarda un presunto sistema di intermediazione illecita e sfruttamento della manodopera che, secondo la ricostruzione degli investigatori, avrebbe operato tra il territorio di Ginosa, in provincia di Taranto, e alcune aree agricole della provincia di Matera.

Gli indagati comprendono datori di lavoro, intermediari e persone che, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbero svolto funzioni riconducibili a quelle dei cosiddetti caporali. Il sistema avrebbe permesso di reclutare soprattutto lavoratori stranieri, organizzarne il trasporto e destinarli alle aziende agricole della zona.

Le indagini erano iniziate nel luglio 2023, dopo che i carabinieri avevano individuato gruppi di braccianti radunati in punti prestabiliti prima di essere condotti nei campi. Per ricostruire l’organizzazione e gli spostamenti dei lavoratori gli investigatori hanno utilizzato intercettazioni, pedinamenti, droni e l’analisi dei tracciati satellitari dei mezzi impiegati per il trasporto.

Particolarmente pesante il quadro delle condizioni abitative e lavorative emerso dagli accertamenti. Secondo gli investigatori, alcuni braccianti sarebbero stati sistemati in seminterrati sovraffollati o prefabbricati in lamiera, ambienti ritenuti in alcuni casi inadeguati sotto il profilo della sicurezza e della salubrità. Le strutture in lamiera avrebbero inoltre esposto i lavoratori a temperature molto elevate durante l’estate e al freddo nei mesi invernali.

Sul lavoro, alcuni braccianti sarebbero stati impiegati senza un regolare contratto oppure con condizioni effettive differenti da quelle formalmente dichiarate. Le retribuzioni corrisposte sarebbero risultate, in diversi casi, inferiori a quelle previste dai contratti collettivi.

Gli investigatori avrebbero documentato anche turni particolarmente gravosi e un rigido controllo delle pause. In un’azienda sarebbe stato utilizzato persino un sistema di videosorveglianza per monitorare a distanza la presenza e l’attività degli operai. Secondo l’ipotesi investigativa, alcuni lavoratori non avrebbero inoltre ricevuto un’adeguata formazione sulla sicurezza o la prevista visita medica preventiva. In alcuni casi sarebbero stati gli stessi braccianti a dover acquistare guanti e altri dispositivi di protezione individuale; un imprenditore, secondo l’accusa, avrebbe imposto ai dipendenti l’acquisto dei Dpi prospettando possibili ritorsioni.

Un capitolo dell’inchiesta riguarda infine l’ex carabiniere coinvolto nelle indagini. Secondo la ricostruzione accusatoria, l’uomo avrebbe avuto rapporti con uno dei principali indagati e gli avrebbe fornito, in alcune occasioni, informazioni relative a controlli o attività di interesse.

Le contestazioni sono allo stato oggetto di indagine e dovranno essere verificate nelle successive fasi del procedimento giudiziario.

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