Roma, 30 giugno 2026 – Trenta persone sono state raggiunte da misure cautelari nell’ambito di un’inchiesta sul presunto uso fraudolento del Decreto Flussi per favorire l’ingresso irregolare in Italia di cittadini stranieri. L’operazione è stata eseguita dai carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Taranto, su coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Lecce e della Procura di Taranto.
Secondo l’ipotesi accusatoria, il gruppo avrebbe presentato false richieste di lavoro attraverso il portale “ALI” del Ministero dell’Interno, utilizzando le procedure previste per l’ingresso regolare di lavoratori stranieri. In questo modo sarebbero stati ottenuti nulla osta e visti d’ingresso per centinaia di persone provenienti prevalentemente da Pakistan, Bangladesh e India.
Le pratiche, sempre secondo quanto ricostruito dagli investigatori, sarebbero state gestite da un Caf di Taranto con il coinvolgimento di intermediari e imprenditori ritenuti compiacenti. I cittadini stranieri avrebbero pagato fino a 6.500 euro per ottenere i documenti necessari all’arrivo in Italia, con la promessa di un impiego che, in molti casi, sarebbe stato solo fittizio o destinato a sfociare in condizioni di lavoro irregolare.
I provvedimenti sono stati eseguiti in diverse province italiane, tra cui Taranto, Lecce, Foggia, Matera, Campobasso, Milano, Verona, Ragusa e Latina. Agli indagati vengono contestati, a vario titolo, i reati di associazione per delinquere aggravata finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina aggravato e continuato in concorso.
L’inchiesta mette al centro un possibile sistema di sfruttamento delle fragilità di chi cercava un canale d’ingresso in Italia, trasformando una procedura amministrativa pensata per regolare i flussi di lavoro in un meccanismo illecito basato su false assunzioni, pagamenti indebiti e documentazione ritenuta fraudolenta.
Il procedimento si trova ancora nella fase delle indagini preliminari. Per tutti gli indagati resta quindi valido il principio della presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.


