Roma, 17 giugno 2026 – Lo scontro europeo sulla gestione dei migranti si fa sempre più acceso e assume anche una forte dimensione etica e religiosa. Nel dibattito alla plenaria del Parlamento europeo in vista del Consiglio europeo, la presidente del gruppo dei Socialisti e Democratici, Iratxe García Pérez, ha rivolto un duro attacco al Partito Popolare Europeo e alle forze di estrema destra, accusandoli di sostenere politiche migratorie incompatibili con i valori cristiani che dichiarano di voler difendere.
Al centro della polemica c’è il regolamento europeo sui rimpatri, uno dei dossier più controversi della nuova stagione migratoria dell’Unione. Secondo García Pérez, l’intesa politica che si sta delineando aprirebbe la strada alla creazione di centri di detenzione al di fuori dell’Unione europea, strutture che la leader socialista ha definito “buchi neri” nei quali potrebbero essere trasferiti anche minori.
Nel suo intervento, García Pérez ha chiamato direttamente in causa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il leader del Ppe Manfred Weber, chiedendo se intendano spiegare al Papa la scelta di sostenere politiche che, a suo giudizio, rischiano di trasformare uomini, donne e bambini in persone da respingere e confinare lontano dallo spazio giuridico europeo.
Il riferimento al pontefice è stato uno dei passaggi politicamente più forti del discorso. La presidente dei Socialisti ha ricordato le parole pronunciate da Papa Leone XIV in Spagna, secondo cui non si può inginocchiarsi davanti al Signore e, allo stesso tempo, disprezzare il proprio fratello. Una citazione utilizzata per contestare frontalmente il Ppe, accusato di rivendicare radici cristiane mentre stringe accordi con l’estrema destra e sostiene misure considerate lesive della dignità delle persone migranti.
La battaglia politica riguarda il nuovo quadro europeo sui rimpatri, che punta a rendere più rapide e uniformi le procedure per allontanare dall’Ue i cittadini di Paesi terzi senza diritto di soggiorno. I sostenitori della riforma la considerano uno strumento necessario per rendere più efficace la politica migratoria comune e rispondere alle pressioni degli Stati membri. Per i gruppi progressisti, invece, il rischio è che l’Unione imbocchi una strada sempre più securitaria, fondata sulla detenzione, sull’esternalizzazione delle procedure e sulla riduzione delle garanzie individuali.
Il nodo dei centri fuori dall’Ue resta il punto più sensibile. Per le destre europee e per una parte dei Popolari, gli accordi con Paesi terzi possono rappresentare una soluzione pragmatica per gestire i rimpatri e scoraggiare gli arrivi irregolari. Per Socialisti, Verdi e sinistra, invece, questi centri rischiano di diventare zone opache, lontane dal controllo democratico europeo e potenzialmente incompatibili con il rispetto dei diritti fondamentali.
Lo scontro conferma quanto la migrazione continui a dividere profondamente le istituzioni europee. Da una parte c’è la richiesta di rafforzare i rimpatri e mostrare maggiore fermezza verso l’immigrazione irregolare; dall’altra cresce la preoccupazione che l’Unione, nel tentativo di rispondere alla pressione politica interna, finisca per sacrificare principi centrali come la dignità umana, la protezione dei minori e il diritto d’asilo.
La discussione proseguirà nelle prossime tappe legislative e politiche, ma l’intervento di García Pérez segna un nuovo livello dello scontro: non più soltanto una divergenza tecnica sulle procedure di rimpatrio, ma una contrapposizione di valori sull’identità stessa dell’Europa e sul modo in cui l’Unione intende trattare le persone più vulnerabili.


