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Preparando il nostro Libano

La Lega di slogan e di governo e il futuro dell’Italia

20 novembre 2008 – L’ultima fu quella delle “classi speciali” per i bambini immigrati. Parlare di “razzismo” e di “ghetto” era troppo poco: in quella proposta della Lega era negato il senso stesso della scuola dell’obbligo, cioè armonizzare in una comunità chi è più intelligente, dotato, appoggiato dalla famiglia e chi lo è di meno. L’articolo 2 della Costituzione sull’uguaglianza dei cittadini veniva accartocciato e gettato via proprio rispetto ai soggetti che più ne hanno bisogno, cioè i bambini.

Ma poiché la politica pubblicitaria ha le sue regole, ogni settimana diventa necessario un nuovo bersaglio da dare in pasto ai valligiani che ti votano. Con la fantasia che la caratterizza, la Lega ha così prodotto la sua nuova crociata popolana: blocco degli ingressi di immigrati per due anni perché c’è la crisi economica; obbligo degli immigrati irregolari di pagare le spese mediche, pronto soccorso incluso; obbligo dei medici di denunciare gli irregolari; almeno 10 anni di residenza in Italia per poter accedere alle liste per l’assegnazione di alloggi pubblici. Infine, visto che anche per sbaglio qualcosa di sensato bisogna pur dirla, ecco il divieto di girare nei luoghi pubblici a volto coperto in modo che la persona sia sempre riconoscibile.

Come accade quando la politica coincide con la demagogia pura, fa capolino l’eterogenesi dei fini: in altre parole, si ottengono risultati opposti rispetto a quelli previsti. Il giro di vite leghista, infatti, non è solo antiumanitario (cosa volete che interessi ai virili rappresentanti del Nord della straniera clandestina che rischia di morire di parto o del lavoratore in nero che cade da un’impalcatura?). Il paradosso è che con l’applicare le norme proposte ci sarebbe più crisi economica perché le imprese – soprattutto del Nord, dove oggi lavorano circa 7 immigrati su 10 – avrebbero ancor meno manodopera rispetto a quella che richiedono; e meno sicurezza sia perché in tantissimi resterebbero “in nero”, con una ben più alta pericolosità potenziale, ma anche perché i clandestini già presenti sul nostro territorio eviterebbero il più possibile di curarsi, con imprevedibili conseguenze sulla salute pubblica. 

Anche i leghisti, del resto, sanno  che i decreti-flussi per lo più regolarizzano stranieri che sono già in Italia e che già lavorano; quindi farli “emergere” produce non solo maggiore serenità sociale e trasparenza del mercato ma anche aumento delle entrate fiscali e delle contribuzioni previdenziali. 

Il bello (si fa per dire) è che mentre la Lega si esercita in queste trovate, il governo di cui fa parte – ministro dell’Interno in testa – ha preparato il nuovo decreto flussi. Il testo è già pronto, verrà approvato a breve (si parla di un decreto di Palazzo Chigi entro fine novembre) e prevede 170mila posti, con un robusto ripescaggio delle domande 2007 ancora inevase e un netto favore per i lavoratori domestici e di assistenza alla persona (colf e badanti).
Intanto, la più significativa bocciatura alla trovata leghista viene ancora una volta da Gianfranco Fini, che ritiene “sbagliato e paradossale” bloccare il decreto flussi e invoca una nuova legge sulla cittadinanza.

Fini si allinea al presidente della Repubblica, che negli scorsi giorni aveva parlato dei lavoratori immigrati come “risorsa” e come “nuovi cittadini”. Ma anche senza il Quirinale la linea è da tempo tracciata: il leader di An comprende bene che la paccottiglia propagandistica dell’”Italia agli italiani” è un grande handicap per una visione moderna dello Stato.

Dietro le sue parole si stagliano i recenti dati Caritas: quattro milioni gli immigrati regolari in Italia, il 6,7% sul totale della popolazione, uno ogni 15 studenti a scuola, quasi uno ogni 10 lavoratori occupati; inoltre, in un decimo dei matrimoni celebrati in Italia è coinvolto un partner straniero, così come un decimo delle nuove nascite va attribuito a due genitori stranieri. Molto significativi anche i dati sul lavoro, soprattutto… nel Nord che vota Lega: a Brescia un lavoratore su cinque è nato all’estero, a Mantova, Lodi e Bergamo uno su sei, a Milano uno su sette. In tutta la Lombardia quasi la metà dei nuovi assunti (45,6%) è nata all’estero. E i tesserati immigrati al sindacato hanno superato la cifra di 800mila lavoratori, il 12 per cento tra i  lavoratori attivi.

Sono i dati di una società già oggi multietnica, che sta a noi trasformare in una società delle opportunità, così come gli Stati Uniti di Obama, oppure in un nuovo Libano fatto di recinti che si sfidano e si temono.

Sergio Talamo

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