Roma, 16 luglio 2025 – In Italia, il dibattito sull’immigrazione è dominato da una narrazione binaria e mistificatoria: da un lato i governi “aperturisti” del centrosinistra, dall’altro quelli “securitari” del centrodestra. Ma la realtà, come spesso accade, è ben più complessa. Mentre la retorica politica continua a costruire muri ideologici, i numeri raccontano un’altra storia: proprio gli esecutivi che si dichiarano più ostili ai flussi migratori sono oggi i principali fautori dell’ingresso regolare di nuovi lavoratori stranieri.
L’ultimo decreto flussi autorizza mezzo milione di ingressi in tre anni. Una cifra che supera di gran lunga quelle stabilite dai governi progressisti del passato. Eppure, proprio da chi oggi firma quei numeri, provengono le parole più allarmistiche sull’“invasione”, sulla “sostituzione etnica”, sul bisogno di “difendere l’identità nazionale”. Il cortocircuito è evidente. La stessa mano che firma i permessi di ingresso alimenta, nel discorso pubblico, una narrazione emergenziale e ostile.
Cosa spinge allora questa apparente incoerenza? In parte, una risposta sta nei bisogni reali del Paese. Settori come l’agricoltura, il turismo, l’assistenza alla persona e l’edilizia sono ormai strutturalmente dipendenti dalla manodopera straniera. I datori di lavoro, molti dei quali vicini ai partiti conservatori, chiedono a gran voce di poter contare su lavoratori immigrati per sostenere l’economia. E così, tra la propaganda e la realtà produttiva, il compromesso diventa inevitabile: servono le braccia, ma si fa finta di non vedere i volti.
Questa ipocrisia ha conseguenze gravi. Perché l’immigrazione non è solo un fenomeno economico. È, prima di tutto, una dinamica umana e sociale. Quando si autorizzano centinaia di migliaia di ingressi senza investire seriamente in percorsi di integrazione linguistica, culturale e civile, si generano fragilità. Quando si accolgono lavoratori senza offrire loro cittadinanza simbolica, si crea una popolazione di invisibili. Quando si ignorano le seconde generazioni, si costruisce un futuro di esclusione.
I numeri sull’occupazione parlano chiaro: la crescita registrata negli ultimi anni è trainata principalmente da lavoratori nati all’estero. Eppure, questo contributo viene sistematicamente ignorato nei bilanci politici, dove l’unico dato che conta è la paura. È più redditizio sbandierare i respingimenti che riconoscere il ruolo chiave degli immigrati nella tenuta del sistema-Paese.
Anche sul fronte dell’immigrazione irregolare, la realtà sfugge ai cliché. Gli sbarchi non si sono fermati nemmeno sotto i governi più rigorosi, e anzi sono aumentati nei momenti in cui l’esecutivo si professava più “duro”. Perché le dinamiche migratorie rispondono a fattori geopolitici, economici e climatici globali, ben più complessi della propaganda nazionale.
Ma il nodo più critico è quello delle procedure. I decreti flussi, così come sono gestiti, rischiano di generare nuove sacche di vulnerabilità. Bandi pubblici che si esauriscono in pochi minuti, domande valutate sulla velocità di un clic e non sulle competenze, mesi — se non anni — di attesa per una convocazione. Un sistema che crea precarietà, alimenta il lavoro nero e rende difficile ogni tentativo di integrazione.
Chi governa ha il dovere non solo di autorizzare ingressi, ma di accompagnarli con una visione. Senza questo passo, continueremo a importare lavoratori senza mai considerare il loro diritto ad appartenere. Continueremo a costruire periferie di solitudine e frustrazione, anziché comunità inclusive.
Nel linguaggio freddo della burocrazia si parla di “quote”. Ma ogni quota è una persona. E ogni persona porta con sé sogni, paure, risorse. Se l’Italia vuole davvero affrontare la questione migratoria con serietà, dovrà prima liberarsi dalla trappola della doppia morale. Perché un Paese che chiede solo braccia e rifiuta i volti, finirà per perdere entrambi.


