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Sardegna verso il crollo demografico: i migranti possono diventare una risorsa per ripopolare l’isola

Roma, 6 luglio 2026 – La Sardegna rischia di perdere nei prossimi decenni una parte enorme della propria popolazione. Le proiezioni demografiche indicano uno scenario particolarmente preoccupante: entro il 2100 l’isola potrebbe non raggiungere più nemmeno i 900 mila abitanti. Di fronte a un declino di queste dimensioni, il tema dell’immigrazione assume un significato che va ben oltre la gestione dell’accoglienza e diventa una questione legata al futuro economico e sociale della regione.

A porre la questione è stato il presidente del Consiglio regionale della Sardegna, Piero Comandini, intervenuto alla tavola rotonda “Il Terzo Settore dialoga con le istituzioni e la politica regionale”, organizzata nell’ambito dell’assemblea regionale del Forum del Terzo Settore.

Secondo Comandini, la crisi demografica non può essere affrontata soltanto attraverso incentivi economici o maggiori risorse destinate agli enti locali. Negli ultimi anni, ha ricordato, la Sardegna ha investito somme importanti nei territori senza riuscire tuttavia ad arrestare lo spopolamento. Il problema, quindi, richiede una strategia più ampia, capace di tenere insieme servizi, sanità, lavoro, abitazione e capacità di attrarre nuove persone.

Il paradosso della Sardegna: i migranti arrivano, ma non restano

È proprio su questo punto che entra in gioco il tema dell’immigrazione. Secondo Comandini, la Sardegna sarebbe la regione italiana in cui i migranti restano meno a lungo: una volta arrivati, molti cercano rapidamente di trasferirsi verso altre aree d’Italia o d’Europa, dove esistono maggiori opportunità di lavoro, servizi e integrazione.

Un paradosso evidente per una regione che perde abitanti, vede invecchiare la propria popolazione e rischia di trovarsi sempre più in difficoltà nel garantire lavoratori, servizi e presidi nei territori meno popolati.

L’immigrazione, in questa prospettiva, potrebbe rappresentare una delle risposte al declino demografico. Ma perché ciò avvenga, non basta che i migranti arrivino in Sardegna: devono esistere le condizioni perché possano scegliere di restare.

Servono quindi, secondo il presidente del Consiglio regionale, politiche di accoglienza e inclusione concrete, capaci di offrire accesso alla casa, alla sanità e soprattutto al lavoro. Il riferimento indicato da Comandini è quello di altri Paesi europei, a partire dalla Spagna, dove a suo giudizio le politiche rivolte agli stranieri che decidono di stabilirsi e lavorare hanno contribuito anche alla crescita della popolazione e della produttività.

Dall’accoglienza alla permanenza

La vera sfida, dunque, potrebbe essere quella di cambiare approccio. Non considerare i migranti soltanto come persone da accogliere temporaneamente o da gestire durante il loro passaggio, ma come possibili nuovi abitanti delle comunità sarde.

Nei piccoli centri colpiti dallo spopolamento, l’arrivo di nuove famiglie potrebbe contribuire a mantenere aperte scuole e attività commerciali. Nel mercato del lavoro, nuovi residenti potrebbero rispondere alla crescente domanda di personale in settori come agricoltura, turismo, assistenza alle persone, edilizia e servizi.

Ma l’integrazione non può essere affidata al caso. Senza opportunità occupazionali, abitazioni accessibili, trasporti, servizi sanitari e percorsi di inclusione, la Sardegna continuerà a essere per molti migranti soltanto una tappa verso altre destinazioni.

Il futuro dell’isola passa anche dall’immigrazione

Il dato dei 900 mila abitanti nel 2100 restituisce la dimensione della sfida. Lo spopolamento non riguarda soltanto il numero dei residenti, ma la sostenibilità futura dell’intero sistema economico e sociale: meno lavoratori, meno contribuenti, territori sempre più vuoti e maggiori difficoltà nel mantenere servizi e infrastrutture.

In questo scenario, il dibattito sull’immigrazione assume inevitabilmente una nuova prospettiva. Per una Sardegna che perde popolazione, riuscire ad accogliere e soprattutto a trattenere chi è disposto a vivere e lavorare sull’isola potrebbe non essere soltanto una scelta di solidarietà, ma una necessità demografica.

La sfida sarà trasformare gli arrivi in permanenza, l’accoglienza in integrazione e i migranti in nuovi cittadini delle comunità sarde. Senza una strategia di questo tipo, il rischio è che l’isola continui a perdere contemporaneamente chi nasce in Sardegna, chi la lascia per cercare opportunità altrove e anche chi vi arriva senza trovare ragioni sufficienti per restare.

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