Roma, 4 agosto 2026 – L’integrazione dei richiedenti protezione internazionale può cominciare già durante la procedura di asilo, senza attendere la decisione definitiva sulla domanda. È quanto emerge dal nuovo rapporto dell’European Migration Network, che analizza le misure adottate dai Paesi europei per favorire fin dalle prime fasi l’autonomia economica e sociale delle persone accolte.
L’“inform” dell’EMN, intitolato Early integration of applicants for international protection, definisce come misure di integrazione precoce tutte le attività destinate a sostenere l’inclusione e l’autosufficienza dei richiedenti asilo durante il periodo di accoglienza e di esame della domanda. Il documento è stato realizzato attraverso i contributi di 25 Punti di contatto nazionali: 23 Paesi membri della rete, oltre a Serbia e Ucraina.
Lingua e lavoro al centro delle politiche
La maggior parte dei Paesi coinvolti ha introdotto qualche forma di integrazione precoce, anche se le modalità di accesso, la copertura dei servizi e le categorie interessate cambiano sensibilmente da uno Stato all’altro. In alcuni casi gli interventi sono disponibili per tutti i richiedenti protezione internazionale; in altri sono riservati soprattutto alle persone considerate vulnerabili.
Le iniziative più diffuse riguardano l’apprendimento della lingua del Paese ospitante, l’orientamento civico e culturale, la formazione professionale e l’accompagnamento verso il mercato del lavoro. Nella maggior parte dei sistemi i servizi vengono offerti gratuitamente e la partecipazione è volontaria. Dove alcuni corsi sono obbligatori, l’obbligo è generalmente collegato alle regole previste dal sistema nazionale di accoglienza.
L’obiettivo è evitare che i tempi, spesso lunghi, necessari per esaminare una domanda di asilo si trasformino in un periodo di inattività e isolamento. L’acquisizione di competenze linguistiche e professionali può infatti facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro e la partecipazione alla vita sociale qualora la protezione venga successivamente riconosciuta.
Il ruolo delle istituzioni e delle organizzazioni locali
Il coordinamento delle misure avviene prevalentemente a livello nazionale, attraverso ministeri, amministrazioni centrali o agenzie responsabili dell’accoglienza. Un ruolo rilevante viene però svolto anche dalle autorità locali, dalle organizzazioni non governative e dalle associazioni presenti sui territori.
Sedici Paesi membri dell’EMN, insieme alla Serbia, dichiarano di adattare almeno una parte degli interventi alle caratteristiche individuali dei richiedenti. I programmi possono quindi variare in base all’età, al genere, alle qualifiche professionali, al livello di istruzione o alla presenza di particolari condizioni di vulnerabilità.
Tra i principali destinatari delle misure personalizzate figurano bambini, donne, minori stranieri non accompagnati e persone che necessitano di un’assistenza specifica.
Informazioni spesso decisive
Il rapporto richiama anche l’attenzione sulla necessità di informare adeguatamente i richiedenti asilo. La presenza di corsi e servizi, infatti, non garantisce automaticamente che le persone interessate sappiano come accedervi.
In 22 Paesi membri dell’EMN e in Serbia, le informazioni vengono diffuse soprattutto all’interno delle strutture di accoglienza e degli alloggi. Tra gli strumenti utilizzati figurano siti internet, canali social, volantini, brochure e comunicazioni informali attraverso le reti delle comunità migranti.
La trasparenza delle informazioni è indicata come una delle condizioni essenziali per rendere efficaci gli interventi, insieme alla tempestività dell’assistenza e alla collaborazione tra amministrazioni pubbliche, società civile e comunità locali.
Risorse insufficienti e sistemi frammentati
Nonostante la diffusione delle iniziative, il quadro europeo rimane disomogeneo. Tra le difficoltà segnalate dai Paesi figurano la scarsità delle risorse finanziarie, la mancanza di personale qualificato, la frammentazione delle competenze e i lunghi tempi di attesa per accedere ai servizi.
A queste criticità si aggiungono fattori esterni, come le variazioni improvvise del numero degli arrivi e, in alcuni territori, l’ostilità manifestata da una parte della popolazione locale. Situazioni che possono rendere più difficile sia l’organizzazione delle attività sia la costruzione di relazioni stabili tra i richiedenti asilo e le comunità ospitanti.
Un’altra debolezza riguarda la valutazione dei risultati. La maggior parte dei Paesi utilizza strumenti di monitoraggio indiretto o analizza le misure all’interno di valutazioni più generali sulle politiche migratorie. Soltanto Germania e Lettonia riferiscono di avere adottato sistemi strutturati e sistematici per misurare l’impatto specifico degli interventi di integrazione precoce.
Integrare fin dall’arrivo
Tra le buone pratiche individuate dall’European Migration Network figurano l’avvio tempestivo dei percorsi, la chiarezza delle informazioni, la combinazione tra apprendimento linguistico, formazione civica e preparazione professionale e uno stretto coordinamento tra istituzioni e realtà sociali.
Il rapporto evidenzia così un possibile cambiamento di prospettiva: considerare i richiedenti protezione internazionale non soltanto come destinatari dell’accoglienza, ma come persone che, già durante l’attesa, possono acquisire competenze, costruire relazioni e raggiungere una maggiore autonomia.
Anticipare l’integrazione non significa prevedere l’esito della procedura di asilo, ma ridurre il rischio che mesi o anni di attesa producano marginalità, dipendenza dall’assistenza e difficoltà ancora maggiori nel futuro inserimento sociale e lavorativo.


