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Dublinanti, l’effetto boomerang sull’Italia: il nuovo Patto Ue mette alla prova la strategia di Meloni

Roma, 21 agosto 2026 – La questione dei migranti torna a creare tensioni tra l’Italia e i suoi partner europei. Questa volta al centro non ci sono gli sbarchi nel Mediterraneo, ma i cosiddetti “Dublinanti”: richiedenti asilo entrati e identificati in un Paese europeo – spesso l’Italia – e successivamente trasferitisi in un altro Stato dell’Unione.

Con l’applicazione, dal 12 giugno 2026, del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, la questione è tornata improvvisamente d’attualità. Germania, Svizzera e Austria hanno riaperto il dossier dei trasferimenti verso l’Italia; negli ultimi giorni si sono aggiunte Finlandia e Svezia. Stoccolma ha già effettuato alcuni trasferimenti e ha annunciato di voler continuare, mentre Helsinki li sta preparando.

Il termine “Dublinanti” deriva dal vecchio sistema di Dublino, che attribuiva generalmente al Paese di primo ingresso la responsabilità dell’esame della domanda di asilo. Il nuovo regolamento europeo ha sostituito formalmente il precedente quadro giuridico, ma il principio della responsabilità del primo Paese resta, accompagnato ora da un meccanismo europeo di solidarietà che dovrebbe alleggerire gli Stati sottoposti a maggiore pressione migratoria attraverso ricollocamenti, contributi finanziari o altre forme di sostegno. Ed è proprio qui che iniziano i problemi per Roma.

Dallo stop del 2022 alla riapertura dei trasferimenti

Nel dicembre del 2022, pochi mesi dopo l’insediamento del governo Meloni, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva di fatto bloccato le riammissioni dei richiedenti asilo dagli altri Paesi europei, motivando la decisione con la pressione esercitata dagli sbarchi sul sistema italiano di accoglienza.

Il risultato è stato che, tra dicembre 2022 e la fine del 2025, si sono accumulate nei confronti dell’Italia circa 80 mila richieste di presa in carico, mentre i trasferimenti effettivi sono rimasti sostanzialmente congelati. Nel quinquennio precedente, al contrario, erano rientrati in Italia oltre 17 mila richiedenti asilo.

Solo nel 2025, secondo i dati Eurostat citati dall’ANSA, gli altri Paesi europei hanno chiesto all’Italia di riprendere oltre 24 mila persone entrate inizialmente attraverso il nostro territorio. I trasferimenti realmente effettuati sono stati però appena 85. Con il nuovo Patto la situazione cambia.

L’Austria ha già trasferito quattro richiedenti asilo verso l’Italia dopo il 12 giugno, fornendo loro semplicemente un biglietto ferroviario o dell’autobus. La Svizzera ha annunciato la ripresa graduale dei trasferimenti dalla fine di agosto. La Germania ha chiesto di tornare alla piena applicazione delle norme, mentre Finlandia e Svezia hanno seguito la stessa strada.

Per il momento i numeri effettivi sono piccoli. Ma il problema è politico molto più che quantitativo: si è riaperta una porta che il governo italiano aveva tenuto chiusa per quasi quattro anni.

Il paradosso del Patto approvato anche dall’Italia

C’è poi un elemento che rende più difficile per Palazzo Chigi attribuire semplicemente la responsabilità a Bruxelles o agli altri governi europei.

Il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo non è infatti una normativa imposta contro la volontà italiana. Il 14 maggio 2024 il governo Meloni votò a favore di tutti e dieci gli atti legislativi che compongono la riforma europea.

Il Patto contiene certamente elementi rivendicati dall’Italia: maggiore controllo delle frontiere esterne, procedure accelerate, maggiore cooperazione con i Paesi terzi e soprattutto un meccanismo obbligatorio di solidarietà nei confronti degli Stati sottoposti a pressione migratoria. Ma contiene anche l’altra metà dell’accordo: la responsabilità.

La solidarietà europea non può funzionare se contemporaneamente ogni Stato decide unilateralmente di non applicare le norme quando queste gli risultano sfavorevoli. La Commissione europea, nella sua prima valutazione sull’applicazione del nuovo sistema pubblicata il 16 luglio, ha riconosciuto gli “sforzi significativi” compiuti dall’Italia, sottolineando però la necessità di ulteriori passi concreti affinché i trasferimenti possano avvenire effettivamente. È questa forse la maggiore contraddizione della strategia italiana degli ultimi anni.

Il governo Meloni ha costruito buona parte della propria narrazione sull’immigrazione attorno alla rivendicazione della sovranità nazionale, al controllo delle frontiere e alla richiesta che gli altri Paesi rispettino rigorosamente le regole sugli ingressi. Ma nel momento in cui gli stessi principi vengono applicati dai governi del Nord Europa, il risultato può essere esattamente opposto a quello desiderato: migranti che avevano lasciato l’Italia tornano in Italia.

La critica delle opposizioni: “un boomerang”

Le opposizioni hanno immediatamente colto la contraddizione. Elly Schlein ha parlato di un “clamoroso boomerang” per Giorgia Meloni, accusando il governo di non avere combattuto abbastanza a Bruxelles per una reale solidarietà europea nell’accoglienza. Giuseppe Conte ha sintetizzato sarcasticamente la situazione sostenendo che “i rimpatri funzionano, ma contro di noi”, mentre Matteo Renzi ha parlato di un “autogol”.

Fratelli d’Italia respinge però questa interpretazione. Secondo il capodelegazione al Parlamento europeo Carlo Fidanza, non esisterebbe alcun rapporto diretto tra le recenti tensioni politiche con altri Paesi europei e la ripresa dei trasferimenti, che deriverebbe semplicemente dall’entrata in vigore delle nuove norme. Il governo sostiene inoltre che i casi precedenti al 12 giugno debbano considerarsi sostanzialmente chiusi e che quelli successivi saranno numericamente limitati.

Ed è corretto ricordare che, almeno per ora, non siamo davanti a un’ondata di decine di migliaia di persone riportate improvvisamente in Italia. Ma sarebbe altrettanto fuorviante minimizzare il problema osservando soltanto i numeri delle ultime settimane.

Francia e Spagna scelgono un’altra strada

Il fronte europeo, peraltro, non è compatto. La Francia ha deciso per ora di non unirsi ai Paesi che stanno effettuando trasferimenti verso l’Italia, privilegiando la collaborazione con Roma sulla riduzione delle partenze dalla Tunisia e dalla Libia.

Ancora più significativa è la posizione della Spagna. Madrid, che nel 2025 aveva ricevuto richieste di presa in carico per oltre 10 mila persone, ha dichiarato di preferire i meccanismi europei di solidarietà previsti dal nuovo Patto invece di espulsioni e restrizioni bilaterali.

È una differenza politica importante perché mostra che le regole europee lasciano comunque spazio alla negoziazione e alla cooperazione. Ed è proprio su questo terreno che il governo italiano rischia di pagare la propria impostazione.

Il limite della strategia Meloni

Il problema più profondo non riguarda quindi quattro migranti arrivati in autobus dall’Austria o qualche volo proveniente dalla Svizzera. Riguarda la strategia con cui l’Italia intende stare dentro il sistema europeo dell’asilo.

Per anni il governo ha privilegiato una politica basata soprattutto sulla deterrenza, sul contrasto alle partenze, sugli accordi con Paesi terzi e sul conflitto politico attorno ai confini. Una linea che può produrre risultati su alcuni fronti, ma che diventa più fragile quando il dossier si sposta dall’esterno all’interno dell’Unione.

Per un Paese geograficamente esposto come l’Italia, infatti, una rigida applicazione del principio del primo ingresso rischia inevitabilmente di essere penalizzante. Se Roma pretende che ogni Stato protegga i propri confini e rispetti senza eccezioni le regole europee, difficilmente può poi contestare Germania, Austria, Finlandia o Svezia quando applicano quelle stesse regole rimandando verso sud i richiedenti asilo arrivati attraverso l’Italia.

È il limite di una politica europea fondata prevalentemente sulla sovranità nazionale: quando tutti diventano sovranisti, il Paese di frontiera rischia di rimanere con il problema in mano.

La vera battaglia per l’Italia avrebbe dovuto essere – e resta – quella per rendere molto più forte il principio di solidarietà e di condivisione europea dell’accoglienza, facendo sì che la responsabilità non dipenda quasi automaticamente dal punto geografico in cui una persona mette piede per la prima volta nell’Unione.

Il nuovo Patto tenta di correggere questa stortura, ma non la elimina. E oggi il governo Meloni si trova davanti alla conseguenza di un accordo che esso stesso ha contribuito ad approvare: insieme agli strumenti per contenere gli ingressi e alla promessa di maggiore solidarietà arrivano anche obblighi più stringenti sui movimenti secondari.

È ancora presto per parlare di un’emergenza numerica. Il problema politico, però, è già evidente. Dopo avere promesso per anni di impedire che l’Italia diventasse il terminale dell’immigrazione europea, Palazzo Chigi deve ora evitare che il ritorno dei “Dublinanti” trasformi uno dei cavalli di battaglia del governo nel suo più evidente paradosso.

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