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Lavoro, gli stranieri trainano l’occupazione: sono 2,6 milioni, ma restano divari e basse qualifiche

Roma, 15 luglio 2026 – Il mercato del lavoro italiano dipende sempre di più dal contributo dei lavoratori stranieri. Nel 2025 gli occupati con cittadinanza non italiana hanno sfiorato i 2,6 milioni, raggiungendo il 10,7% del totale. Una presenza che non rappresenta più una componente marginale dell’economia, ma uno degli elementi che sostengono la crescita complessiva dell’occupazione.

È quanto emerge dal XVI Rapporto Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia, pubblicato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. I dati mostrano che nell’ultimo anno l’occupazione è aumentata soprattutto grazie alla componente migrante: il numero dei lavoratori provenienti da Paesi extra Ue è cresciuto del 3,6%, quello dei cittadini comunitari dell’1,2%, mentre tra gli italiani l’incremento si è fermato allo 0,5%.

Occupazione più alta tra i cittadini comunitari

Il tasso di occupazione presenta differenze significative a seconda della cittadinanza. Tra gli italiani è pari al 62,5%, mentre raggiunge il 66,4% tra i cittadini dell’Unione europea. Per i lavoratori provenienti da Paesi extra Ue si attesta invece al 61,6%.

Dietro questi valori medi si nascondono, tuttavia, profonde disuguaglianze di genere. Tra gli uomini extra Ue il tasso di occupazione arriva al 76%, mentre tra le donne si ferma al 45,7%. Una distanza superiore ai trenta punti percentuali che conferma le difficoltà incontrate da molte lavoratrici migranti nell’accesso al mercato del lavoro.

Anche l’inattività femminile resta particolarmente elevata: tra le donne non comunitarie il tasso è quasi tre volte quello degli uomini appartenenti alla stessa categoria. Le cause possono essere ricondotte a diversi fattori, dalle responsabilità familiari alla scarsa disponibilità di servizi, fino agli ostacoli linguistici, sociali e culturali che limitano la partecipazione lavorativa.

Disoccupazione ancora superiore a quella degli italiani

Nonostante la crescita dell’occupazione, i cittadini stranieri continuano a registrare tassi di disoccupazione più elevati rispetto agli italiani.

Tra i lavoratori extra Ue il tasso è del 9,6%, mentre tra i comunitari si attesta al 7,8%. Per gli italiani scende invece al 5,8%. Il dato risulta in diminuzione per tutte le componenti della popolazione, ma conferma la maggiore vulnerabilità dei lavoratori migranti, più esposti alla precarietà, alla discontinuità occupazionale e alle oscillazioni della domanda.

La presenza straniera rimane inoltre fortemente concentrata in alcuni comparti. Nei servizi collettivi e personali quasi tre lavoratori su dieci sono stranieri, con un’incidenza del 29,8%. Seguono l’agricoltura, con il 21,5%, gli alberghi e la ristorazione, con il 19,2%, e le costruzioni, con il 17,9%.

La percentuale scende invece drasticamente nei settori caratterizzati da livelli di qualificazione più elevati o da una maggiore presenza del settore pubblico. I lavoratori stranieri rappresentano appena l’1,6% degli occupati nelle attività finanziarie e assicurative, il 3,1% nei servizi di informazione e comunicazione e soltanto lo 0,3% nella pubblica amministrazione.

Assunzioni programmate ai massimi storici

A confermare quanto il sistema produttivo italiano abbia bisogno di manodopera straniera sono le previsioni delle imprese. Nel corso del 2025 sono state programmate più di 1,3 milioni di assunzioni di cittadini stranieri, il valore più alto mai registrato.

La quota ha raggiunto il 23% del totale delle assunzioni previste: quasi un ingresso lavorativo su quattro avrebbe quindi dovuto riguardare una persona di cittadinanza straniera.

Le aziende, però, continuano a incontrare difficoltà nel reperire i profili richiesti. In circa la metà dei casi le imprese hanno segnalato problemi nel trovare lavoratori disponibili o dotati delle competenze necessarie. Il dato evidenzia un paradosso: mentre molte persone migranti restano disoccupate o impiegate al di sotto delle proprie qualifiche, le aziende non riescono a coprire una parte consistente dei posti disponibili.

La sfida delle competenze e dei salari

Il nuovo Rapporto dedica particolare attenzione anche ai divari salariali e al ruolo svolto dalle imprese, attraverso un’analisi realizzata dall’Ocse. Un altro approfondimento, curato dalla Banca Mondiale, riguarda la Global Skill Partnership tra Italia e Tunisia, un modello che punta a formare nei Paesi d’origine lavoratori dotati delle competenze richieste dal mercato italiano.

Il quadro restituito dal documento mostra quindi una realtà complessa. Da una parte, la crescita dell’occupazione e la domanda delle imprese rendono il lavoro straniero indispensabile per settori fondamentali dell’economia. Dall’altra, continuano a pesare la concentrazione nelle professioni meno qualificate, le differenze salariali, la maggiore disoccupazione e lo scarso accesso delle donne al lavoro.

La questione non riguarda soltanto il numero degli ingressi autorizzati. La vera sfida sarà costruire percorsi capaci di collegare la programmazione dei flussi alle esigenze effettive delle imprese, investendo nella formazione linguistica e professionale, nel riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero e nella tutela dei lavoratori.

Con quasi 2,6 milioni di occupati, la componente straniera è già una parte strutturale del mercato del lavoro italiano. Le politiche pubbliche dovranno ora evitare che questa presenza resti confinata nei settori più faticosi, precari e meno retribuiti, trasformandola invece in un’occasione di crescita economica e integrazione sociale.

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