Roma, 14 luglio 2026 – C’è una parola che fino a pochi anni fa apparteneva quasi esclusivamente al vocabolario dei movimenti identitari e che oggi è entrata nel dibattito politico europeo: remigrazione. La si legge sui social, compare nei comizi, viene stampata sugli striscioni e presentata come la soluzione definitiva ai problemi dell’immigrazione, della sicurezza e dell’integrazione.
In Italia il termine è diventato ancora più visibile dopo il deposito alla Camera, il 30 giugno 2026, di circa 150 mila firme raccolte dal comitato “Remigrazione e Riconquista”, guidato dall’ex portavoce di CasaPound Luca Marsella. Anche Roberto Vannacci e il suo movimento Futuro Nazionale ne hanno fatto una parola centrale, arrivando a dichiarare di non avere un programma per l’immigrazione, ma un programma per la “remigrazione”.
Ma che cosa significa davvero?
Una parola, almeno tre significati
Nel suo significato originario e neutro, remigrazione indica semplicemente il ritorno di una persona migrante nel Paese dal quale era partita. Può trattarsi di una scelta spontanea, del risultato di un programma di rientro assistito oppure dell’esecuzione di un provvedimento di espulsione.
Nel linguaggio politico contemporaneo, però, la parola viene utilizzata per indicare almeno tre fenomeni profondamente differenti.
Il primo è il rimpatrio degli stranieri che non hanno più alcun titolo legale per rimanere nel Paese. È una normale funzione dello Stato, già prevista dalle leggi italiane ed europee. Anche l’Unione europea ha recentemente approvato una riforma per accelerare il ritorno dei cittadini di Paesi terzi che soggiornano illegalmente, mantenendo formalmente il rispetto del principio di non respingimento, dei diritti fondamentali e del divieto di espulsioni collettive.
Il secondo significato riguarda il ritorno volontario e incentivato di stranieri regolarmente residenti. Lo Stato offre un contributo economico, una formazione o un sostegno al reinserimento nel Paese d’origine. Programmi di questo tipo esistono già e non sono necessariamente discriminatori, purché la scelta sia autenticamente libera e non sia ottenuta attraverso pressioni, perdita artificiale di diritti o condizioni di vita rese intenzionalmente insostenibili.
Il terzo significato è quello elaborato dai movimenti identitari: non più soltanto rimpatriare chi è irregolare, ma ridurre stabilmente la presenza di persone considerate culturalmente, religiosamente o etnicamente estranee alla nazione. È qui che la remigrazione smette di essere una politica amministrativa e diventa un progetto di trasformazione demografica.
Chi propone la remigrazione
In Europa il termine è stato rilanciato soprattutto dall’area identitaria legata all’attivista austriaco Martin Sellner. Durante un incontro tenuto vicino a Potsdam nel 2023, Sellner presentò un progetto che avrebbe potuto coinvolgere non soltanto richiedenti asilo e stranieri senza diritto di soggiorno, ma anche residenti regolari e cittadini tedeschi giudicati “non assimilati”.
Alternative für Deutschland respinge ufficialmente questa interpretazione estesa. Nel proprio documento programmatico, il partito tedesco definisce la remigrazione come l’insieme delle misure legali per riportare nei Paesi d’origine gli stranieri obbligati a lasciare la Germania, precisando che gli immigrati integrati sarebbero benvenuti.
Questa differenza non è secondaria. Dimostra però anche l’ambiguità della parola: alcuni la utilizzano come sinonimo energico di rimpatrio legale, altri per mettere in discussione la permanenza di persone che vivono regolarmente in Europa o che ne possiedono addirittura la cittadinanza.
In Italia il comitato “Remigrazione e Riconquista” è stato fondato da CasaPound Italia, Rete dei Patrioti, VFS e Brescia ai Bresciani. La proposta di legge popolare collegata alla campagna prevede l’espulsione degli stranieri irregolari e dei cittadini stranieri condannati definitivamente, ma anche incentivi al ritorno per persone legalmente presenti, una tassa sulle rimesse inviate all’estero, un fondo per la “natalità italiana” riservato ai cittadini italiani e criteri preferenziali per le famiglie italiane nell’accesso ad alcuni servizi.
Non si tratta dunque soltanto di rendere più efficaci le espulsioni già previste dalla legge. La proposta contiene una visione precisa della società, nella quale la cittadinanza nazionale diventa il criterio principale per stabilire chi debba essere favorito e chi incoraggiato ad andarsene.
Il problema reale che non va negato
Liquidare ogni discussione sulla remigrazione come semplice propaganda fascista sarebbe un errore. Esistono problemi concreti che una democrazia deve affrontare.
Uno Stato deve conoscere chi entra nel proprio territorio, distinguere chi ha diritto alla protezione da chi non lo ha, contrastare la clandestinità, espellere nei limiti della legge gli stranieri pericolosi e impedire che zone di marginalità permanente alimentino criminalità, sfruttamento e conflitti sociali.
Esiste inoltre un evidente problema di efficacia. Nel 2025 l’Unione europea è riuscita a eseguire soltanto il 28 per cento dei provvedimenti di ritorno emessi. Le difficoltà dipendono dall’identificazione delle persone, dalla mancanza di documenti, dalla scarsa collaborazione dei Paesi d’origine, dai costi delle operazioni e dai ricorsi giudiziari.
Chiedere che le decisioni dello Stato vengano effettivamente applicate non è razzismo. Non lo è neppure sostenere che l’immigrazione debba essere regolata, che l’integrazione comporti doveri o che chi commette reati gravi possa perdere il diritto di soggiorno, quando la legge lo consente.
Il problema nasce quando queste esigenze vengono trasformate in un giudizio collettivo su milioni di persone.
Dove comincia il razzismo
La parola razzismo viene spesso usata con troppa facilità, fino a perdere precisione. Non ogni sostenitore dei rimpatri è razzista e non ogni critica all’immigrazione nasconde necessariamente un’ideologia suprematista.
Il razzismo comincia quando non si valuta più il comportamento del singolo, ma la sua origine. Quando una persona nata, cresciuta, istruita e inserita in un Paese continua a essere considerata provvisoria perché ha un cognome straniero, una pelle diversa o professa una determinata religione.
Comincia quando l’integrazione non viene misurata attraverso criteri verificabili – conoscenza della lingua, rispetto delle leggi, partecipazione economica e sociale – ma attraverso una vaga “compatibilità culturale” decisa dalla maggioranza.
E diventa ancora più evidente quando si sostiene che alcuni cittadini appartengano alla nazione in modo naturale, mentre altri debbano dimostrare continuamente di meritare la propria presenza.
In questa versione, la remigrazione nasconde un’idea etnica della cittadinanza: italiani, francesi o tedeschi non si diventerebbe pienamente attraverso la legge, la nascita, la scuola, il lavoro e la partecipazione alla comunità, ma soltanto attraverso la discendenza. Lo straniero potrebbe integrarsi, ma resterebbe sempre potenzialmente rimovibile.
È una distinzione incompatibile con il principio liberale secondo cui lo Stato giudica gli individui per ciò che fanno, non per il sangue dal quale discendono.
I limiti giuridici e pratici
Una remigrazione generalizzata incontrerebbe innanzitutto limiti legali. La Convenzione europea dei diritti dell’uomo vieta le espulsioni collettive e impone che ogni situazione sia valutata individualmente. Nessuno può essere trasferito verso un Paese nel quale rischia torture o trattamenti inumani. Anche il diritto alla vita familiare deve essere considerato, pur non essendo assoluto.
Esistono poi limiti materiali. Non basta approvare una legge per convincere un Paese straniero ad accogliere migliaia di persone. Servono documenti, accordi diplomatici, voli, personale, strutture e ingenti risorse economiche. I rimpatri di massa rischiano quindi di trasformarsi in detenzioni lunghe, contenziosi infiniti o annunci impossibili da realizzare.
C’è infine una contraddizione demografica ed economica. Al 1° gennaio 2026 in Italia vivevano circa 5,56 milioni di cittadini stranieri, mentre la popolazione italiana continuava a diminuire. L’immigrazione non risolve automaticamente il declino demografico e non può essere lasciata senza governo, ma immaginare di ridurre drasticamente la popolazione straniera senza conseguenze sul lavoro, sull’assistenza familiare, sull’agricoltura, sull’edilizia e sul sistema previdenziale significa ignorare la struttura reale del Paese.
Una scorciatoia linguistica
La forza politica della remigrazione deriva dalla sua semplicità. A problemi complessi offre una risposta breve: “rimandiamoli indietro”.
Ma chi sono “loro”? Soltanto gli irregolari? Anche i rifugiati quando termina una guerra? I residenti che non parlano bene la lingua? Chi vive grazie a un permesso di lungo periodo? I cittadini naturalizzati? I loro figli?
Ogni volta che si prova a definire con precisione la parola, emergono le sue contraddizioni. Se riguarda soltanto chi non ha diritto di rimanere, allora non è una nuova politica: è l’applicazione più rigorosa delle norme sui rimpatri. Se riguarda anche chi soggiorna legalmente o possiede la cittadinanza, allora diventa un progetto discriminatorio, difficilmente compatibile con una democrazia costituzionale.
Una politica migratoria seria non può limitarsi né all’accoglienza indiscriminata né allo slogan dell’espulsione generalizzata. Deve controllare le frontiere, creare canali legali, decidere rapidamente sulle domande d’asilo, rimpatriare chi non ha titolo per restare, punire chi delinque e investire davvero sull’integrazione di chi vive stabilmente nel Paese.
La democrazia ha il diritto di stabilire chi può entrare. Non ha però il diritto di dividere i cittadini tra autentici e provvisori sulla base dell’origine.
È questa la linea che separa una politica migratoria severa da una politica razzista. Ed è proprio questa linea che la parola “remigrazione”, con la sua studiata ambiguità, tende troppo spesso a cancellare.

