Roma, 6 luglio 2026 – Il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo rischia di scontrarsi con la realtà di un sistema giudiziario già sotto pressione. A lanciare l’allarme è l’Associazione nazionale magistrati, che denuncia l’insufficienza delle risorse destinate alle sezioni specializzate chiamate ad affrontare il nuovo carico di procedimenti. Il timore è che ritardi e paralisi possano produrre un aumento dell’irregolarità, esponendo migliaia di persone allo sfruttamento e alle reti criminali.
Il Patto europeo è pienamente applicabile dal 12 giugno 2026. Nello stesso giorno l’Italia ha adottato il decreto-legge numero 100 per adeguare l’ordinamento nazionale alle nuove regole in materia di protezione internazionale, procedure di frontiera, rimpatri, controlli alle frontiere esterne ed Eurodac, la banca dati europea utilizzata nella gestione dei flussi migratori.
Il peso delle nuove procedure sull’Italia
Secondo l’Anm, il problema principale riguarda la sproporzione tra la quantità di lavoro prevista e le risorse disponibili. Nel solo 2025 l’Italia ha ricevuto circa 133 mila domande di protezione internazionale e, in base alla ripartizione europea, dovrà gestire oltre il 26 per cento delle procedure di frontiera dell’intera Unione.
Nel primo anno di applicazione si parla di più di 16 mila procedure obbligatorie, un numero destinato a salire progressivamente fino a superare le 32 mila all’anno a regime. A questo nuovo flusso di pratiche si aggiungono i procedimenti già accumulati negli anni precedenti.
Al 30 aprile 2026, secondo i dati citati dai magistrati, davanti alle sezioni specializzate risultavano pendenti più di 142 mila procedimenti di protezione internazionale. La capacità media di definizione è però di circa 35 mila casi all’anno. Una distanza enorme, che potrebbe aggravarsi con l’arrivo dei ricorsi relativi alle nuove procedure di frontiera e a quelle accelerate.
Il sistema, in altre parole, rischia di ricevere molti più procedimenti di quanti sia concretamente in grado di chiudere.
Più personale per le Commissioni, non per i Tribunali
L’Anm sottolinea anche una contraddizione nell’organizzazione predisposta dal governo. Il decreto rafforza infatti le Commissioni territoriali, che esaminano in prima battuta le domande di protezione internazionale, attraverso nuove sezioni e assunzioni di personale amministrativo.
Un potenziamento analogo, però, non sarebbe stato previsto per i Tribunali chiamati a decidere sui ricorsi. Il risultato potrebbe essere un sistema capace di produrre più rapidamente decisioni amministrative, ma privo delle risorse necessarie per gestire il successivo contenzioso giudiziario.
Il decreto trasferisce inoltre alle sezioni specializzate ulteriori competenze, tra cui i procedimenti sulla convalida e sulla proroga del trattenimento dei richiedenti asilo, le misure alternative al trattenimento e i reclami contro alcuni provvedimenti prefettizi.
Il governo ha previsto un “Ufficio per il processo stralcio” e una limitata proroga dei contratti di parte del personale di supporto. Per l’Associazione nazionale magistrati, tuttavia, queste misure non sarebbero sufficienti di fronte alle dimensioni dell’arretrato e all’aumento previsto del contenzioso.
Il rischio di creare nuova irregolarità
La questione non riguarda soltanto il funzionamento dei tribunali. Secondo l’Anm, un sistema incapace di decidere in tempi ragionevoli rischia di produrre conseguenze molto più ampie.
Quando le procedure restano bloccate per mesi o anni, migliaia di persone possono trovarsi sospese in una condizione di incertezza giuridica. Una situazione che rende più difficile l’accesso regolare al lavoro, all’alloggio e ai percorsi di integrazione e che può aumentare la vulnerabilità nei confronti del lavoro nero, del caporalato, dello sfruttamento e delle organizzazioni criminali.
È questo il punto più grave dell’allarme lanciato dai magistrati: senza un rafforzamento stabile delle strutture giudiziarie, l’attuazione del Patto europeo potrebbe finire per ottenere l’effetto opposto a quello dichiarato. Invece di rendere il sistema più rapido ed efficiente, potrebbe allargare l’area dell’irregolarità e offrire nuove opportunità alle reti criminali.
La richiesta al Parlamento
L’Associazione nazionale magistrati chiede quindi che, durante la conversione del decreto-legge, vengano stanziate risorse adeguate e permanenti per le sezioni specializzate in materia di immigrazione.
Il nodo centrale resta la capacità concreta di trasformare le nuove norme europee in procedure realmente applicabili. Senza magistrati, personale e strutture sufficienti, i tempi fissati dalla legge rischiano di restare soltanto sulla carta.
Il nuovo Patto Ue nasce con l’obiettivo di rendere più ordinata e uniforme la gestione della migrazione e dell’asilo in Europa. Ma l’allarme dei magistrati mette in evidenza un problema decisivo: nessuna riforma può funzionare se le istituzioni chiamate ad applicarla non dispongono dei mezzi necessari.
E quando a bloccarsi sono le procedure che decidono il futuro di migliaia di persone, il prezzo del fallimento non ricade soltanto sui tribunali. A pagarlo possono essere l’intera società e, soprattutto, coloro che restano più a lungo intrappolati in una zona grigia dove lo Stato arretra e criminalità e sfruttamento trovano più spazio.


