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Riccardi: “Dopo la regolarizzazione occorre procedere con i flussi dei lavoratori stranieri”

Roma, 2 settembre 2020 – “Se non vogliamo allargare di nuovo le aree in nero dei lavoratori (che la nostra società di fatto richiede e richiama), è ora di procedere a regolare i flussi di lavoratori stranieri con processi regolari, rilevando i bisogni di lavoro che si stanno delineando. Siamo in un tempo di crisi, ma paradossalmente domande di lavoro in alcuni settori ce ne sono sempre, anzi sono in crescita’’.

Lo scrive sul Corriere della sera il fondatore di Sant’Egidio e già ministro per la cooperazione internazionale, Andrea Riccardi.

“Far emergere i lavoratori stranieri dall’irregolarità – sottolinea –  è sempre positivo: specie in questo periodo di rischio di contagio per chi è ai margini dei circuiti istituzionali. Un bene per loro e per le aree dove abitano’’.

“Ma è avvenuta pure – rileva – la legalizzazione di rapporti di fatto, cui molte famiglie aspiravano da anni per il personale domestico, senza possibilità dal 2012. La domanda è più larga di quanti hanno potuto accedere alla regolarizzazione. L’alto costo per il datore di lavoro (500 euro) ha creato problemi specie nel mondo agricolo. Sono stati disseminati tanti paletti nel provvedimento che rendono il percorso più difficile. Purtroppo sono stati lasciati fuori i lavoratori dell’edilizia, ristorazione, logistica e altri. Alcuni loro servizi sono stati fondamentali durante il lockdown”.

Il fondatore di Sant’Egidio ricorda che il provvedimento era nato per i lavoratori della terra, per l’agricoltura. Quindi molto restrittivo. ‘’Ma, subito dopo – aggiunge – è stata notata un’altra vasta area non coperta: quella del lavoro domestico. Un’area sensibile, durante il Covid-19, anche per la gravità della situazione degli anziani a casa e negli istituti’’.

Riccardi scrive che “gli italiani non hanno «gridato» contro l’invasione. Sono state le famiglie, gli anziani, i singoli datori di lavoro che, da soli, hanno avviato la regolarizzazione: hanno presentato quasi il 70% delle domande. Solo il 25% è passata per i patronati: ci dice qualcosa della scarsa mobilitazione delle organizzazioni o della ristrettezza delle reti sociali, specie in aree marginali’’.

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