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Trento, l’arcivescovo Tisi: “I migranti sono una benedizione, ma li trattiamo con negligenza”

Roma, 26 marzo 2026 – Un richiamo forte, diretto e profondamente umano quello lanciato da Lauro Tisi durante la 34ª veglia di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri, intitolata “Gente di primavera”, celebrata nella cattedrale di Trento.

Nel corso dell’omelia, l’arcivescovo ha posto al centro della riflessione la condizione dei migranti, denunciando senza mezzi termini le difficoltà e le ingiustizie che molti di loro vivono quotidianamente. Parole particolarmente dure sono state rivolte ai centri di permanenza per il rimpatrio, i cosiddetti CPR, definiti “una tragedia”. “Questi fratelli ci stanno tenendo in piedi – ha affermato – e noi li trattiamo con durezza, con negligenza, con freddezza”. Un passaggio culminato in una richiesta di perdono: “Cari fratelli migranti, perdonateci”.

Tisi ha poi richiamato alcune esperienze vissute durante la sua visita pastorale, citando gli incontri con comunità provenienti da Ucraina, Sudan e Marocco, oltre ai lavoratori del Biafra accolti nella canonica di Castelnuovo. Testimonianze concrete che, secondo l’arcivescovo, raccontano il contributo silenzioso ma fondamentale dei migranti alla società.

Nel suo intervento, il presule ha anche ricordato la figura del beato Alfredo Dall’Oglio, giovane originario di Borgo Valsugana morto a soli 23 anni in un lager nazista. Citandone le parole, ha sottolineato come anche nelle situazioni più drammatiche sia possibile mantenere uno sguardo di speranza: “La vita non è sempre bella, ma occorre vederla bella comunque”.

L’omelia si è conclusa con un invito alla comunità cristiana a non svuotare di significato termini come “martire” e “testimone”. “Il martire racconta la meraviglia di uomini e donne che dicono: Cristo per me vale più della mia vita”, ha affermato Tisi, aggiungendo una riflessione critica sul presente: “Abbiamo distrutto la perla preziosa del Vangelo e con mille parole andiamo a uccidere la bellezza di quel Vangelo”.

Un messaggio, il suo, che intreccia denuncia sociale e richiamo spirituale, e che si chiude con un’immagine potente: “I discepoli di Gesù combattono la guerra con la tenerezza”. Parole che invitano a ripensare il modo in cui le società europee guardano e accolgono chi arriva da lontano, trasformando una questione politica in una responsabilità profondamente umana.

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