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Albania, caso sul protocollo migranti con l’Italia: prima lo stop al rinnovo, poi il chiarimento di Rama

Roma, 13 maggio 2026 – Il futuro del protocollo tra Italia e Albania sui centri per migranti di Gjadër e Shëngjin finisce al centro dello scontro politico. A innescare il caso sono state le dichiarazioni del ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha, che in un’intervista ha lasciato intendere che Tirana potrebbe non rinnovare l’accordo alla sua scadenza.

“L’accordo ha una durata di cinque anni e non sono sicuro che ci sarà un rinnovo”, ha affermato Hoxha, ricordando anche il percorso di adesione dell’Albania all’Unione europea. Secondo il ministro, quando il Paese entrerà nell’Ue, ipotesi comunque non prevista prima del 2030, non potrà più essere considerato “extraterritoriale” rispetto all’ordinamento comunitario. Una condizione che potrebbe cambiare radicalmente il quadro giuridico su cui si fonda l’intesa con Roma.

Il protocollo, ratificato all’inizio del 2024, prevede l’utilizzo di strutture in territorio albanese per la gestione di migranti intercettati dalle autorità italiane. La durata prevista è di cinque anni e, per proseguire oltre il 2029, sarà necessaria una proroga prima della scadenza.

Le parole del capo della diplomazia albanese hanno immediatamente acceso le polemiche in Italia. Le opposizioni hanno parlato di fallimento del progetto, denunciando costi elevati e risultati limitati. Il Movimento 5 Stelle ha definito il protocollo “uno spreco di quasi un miliardo” e un’iniziativa “in fallimento perenne”, mentre il Partito Democratico ha parlato di “un progetto nato male e andato peggio”. Anche Avs ha attaccato il governo, chiedendo alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni di scusarsi per una scelta definita una “follia”.

La polemica è stata alimentata anche dalle critiche delle organizzazioni umanitarie. Sea Watch ha sostenuto che la vicenda metterebbe in luce la fragilità di un modello basato sulla collaborazione con Paesi politicamente più deboli, ai quali verrebbero prospettati vantaggi diplomatici, compreso il percorso di ingresso nell’Unione europea.

Dopo alcune ore, però, è intervenuto direttamente il primo ministro albanese Edi Rama, che ha ridimensionato la portata delle dichiarazioni del ministro degli Esteri. Secondo Rama, il protocollo è destinato a restare in vigore “fintanto che l’Italia lo vorrà”. Un chiarimento che il premier albanese ha presentato come la correzione di un’incomprensione, ma che non ha spento del tutto il dibattito politico.

Da parte italiana, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha cercato di rassicurare sulla tenuta dell’intesa. Dopo un incontro a Tirana con l’omologo albanese Besfort Lamallari, il Viminale ha fatto sapere che “la cooperazione tra i due Paesi prosegue”. Piantedosi ha inoltre confermato il sostegno dell’Italia al percorso di adesione dell’Albania all’Unione europea.

Anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha incontrato Hoxha in un bilaterale sui Balcani, ha minimizzato la vicenda. “Non mi ha detto assolutamente nulla. Il 2030 è lontano, pensiamo a quello che dobbiamo fare adesso”, ha dichiarato, riferendosi alla questione del rinnovo dell’accordo.

La maggioranza respinge le accuse dell’opposizione. Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, ha parlato di “polemiche pretestuose”, sostenendo che l’eventuale ingresso dell’Albania nell’Ue cambierebbe semplicemente la natura dell’accordo: da intesa con un Paese terzo a possibile accordo tra due Stati membri dell’Unione.

Nel frattempo resta aperta la questione dell’utilizzo concreto delle strutture di Gjadër e Shëngjin. In audizione davanti alla commissione Schengen, la capo del Dipartimento per l’Immigrazione del Viminale, Rosanna Rabuano, ha spiegato che il centro continuerà a essere utilizzato come Cpr. Dal 12 giugno, con l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, potrà inoltre essere impiegato anche per il trattenimento dei richiedenti asilo.

Il nodo giuridico resta però centrale. La possibilità di applicare il protocollo nella sua forma attuale dipende dal fatto che l’Albania resti un Paese terzo rispetto all’Unione europea. Inoltre, entro l’inizio di settembre è attesa una decisione della Corte di Giustizia dell’Ue sulla validità del trattenimento dei migranti nei centri in Albania. Una pronuncia che potrebbe incidere in modo decisivo sul futuro dell’intero progetto.

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