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Cittadinanza italiana, la Corte costituzionale conferma i limiti allo ius sanguinis

Roma, 16 marzo 2026 – La Corte costituzionale ha confermato la legittimità delle nuove norme che limitano la trasmissione della cittadinanza italiana per discendenza. Con una decisione che segna un passaggio importante nel dibattito sullo ius sanguinis, i giudici hanno dichiarato in parte non fondate e in parte inammissibili le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal Tribunale di Torino contro il decreto legge n. 36 del 2025.

Il provvedimento aveva introdotto una modifica significativa al sistema tradizionale della cittadinanza italiana. In passato, infatti, era sufficiente dimostrare l’esistenza di un antenato italiano per poter rivendicare il riconoscimento della cittadinanza, anche a distanza di molte generazioni. La riforma del 2025 ha invece stabilito nuovi limiti, restringendo la trasmissione automatica della cittadinanza ai discendenti fino alla seconda generazione.

In base alla normativa attuale, possono ottenere la cittadinanza per discendenza coloro che hanno almeno un genitore o un nonno nato in Italia e che possedeva esclusivamente la cittadinanza italiana. In alternativa, è necessario dimostrare un legame concreto con il Paese, ad esempio attraverso la residenza in Italia di un genitore per almeno due anni continuativi dopo l’acquisizione della cittadinanza e prima della nascita o dell’adozione del figlio. Rimane inoltre una tutela specifica per i figli minorenni.

La norma prevede anche una disposizione transitoria rilevante: chi è nato all’estero ed è già in possesso di un’altra cittadinanza è considerato come non aver mai acquisito quella italiana, salvo alcune eccezioni. Tra queste rientra il caso di chi abbia ottenuto il riconoscimento della cittadinanza – in via amministrativa o giudiziaria – a seguito di una domanda presentata entro le ore 23:59 del 27 marzo 2025.

Il Tribunale di Torino aveva sollevato dubbi di costituzionalità sostenendo che la distinzione tra chi aveva presentato domanda prima di quella data e chi lo aveva fatto successivamente fosse arbitraria e in contrasto con il principio di uguaglianza previsto dall’articolo 3 della Costituzione. Secondo i ricorrenti, la norma avrebbe inoltre comportato una sorta di revoca retroattiva della cittadinanza, incidendo su diritti già acquisiti.

La Corte costituzionale ha però respinto queste argomentazioni, ritenendo non fondate le censure relative alla presunta violazione del principio di uguaglianza. Allo stesso modo, i giudici hanno escluso che la normativa contrasti con le disposizioni dei trattati europei, in particolare con l’articolo 9 del Trattato sull’Unione europea e con l’articolo 20 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che collegano la cittadinanza europea a quella di uno Stato membro.

Sono state invece dichiarate inammissibili le questioni sollevate in riferimento alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, relative rispettivamente al divieto di privare arbitrariamente una persona della cittadinanza e al diritto di entrare nel territorio dello Stato di cui si è cittadini.

La decisione della Corte consolida quindi l’impianto della riforma del 2025, che mira a limitare il riconoscimento automatico della cittadinanza italiana ai discendenti più prossimi e a rafforzare il criterio del legame effettivo con il Paese. Una scelta che continua a suscitare un intenso dibattito politico e giuridico, soprattutto tra le comunità di origine italiana all’estero.

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