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Cpr in Albania, apertura condizionata dalla Corte Ue: “Legittimi solo con piene garanzie per i richiedenti asilo”

Roma, 11 giugno 2026 – I centri per migranti realizzati fuori dal territorio dell’Unione europea possono essere compatibili con il diritto comunitario, ma gli Stati membri restano obbligati a garantire ai richiedenti asilo tutte le tutele previste dalle norme Ue. È questo il punto centrale delle conclusioni presentate dall’avvocata generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Laila Medina, sul protocollo tra Italia e Albania.

La posizione espressa a Lussemburgo rappresenta un passaggio importante nel confronto giuridico e politico sul modello italiano di gestione dei flussi migratori. Secondo Medina, infatti, la scelta di localizzare strutture per migranti in un Paese terzo non è di per sé contraria al diritto europeo. Tuttavia, questa possibilità non può tradursi in un abbassamento delle garanzie procedurali, né in una zona grigia nella quale i diritti fondamentali risultino meno tutelati rispetto a quanto avverrebbe sul territorio nazionale.

Il nodo riguarda in particolare le norme di attuazione italiane del protocollo. L’avvocata generale ha osservato che il quadro nazionale non sembra contenere disposizioni sufficientemente chiare e precise per assicurare l’intero insieme dei diritti riconosciuti dall’ordinamento Ue. Tra questi rientrano il diritto alla difesa, il rispetto della vita privata e familiare e il rilascio immediato alla scadenza del termine di convalida del trattenimento.

Si tratta di un rilievo significativo, perché sposta l’attenzione dal principio generale dell’accordo alla sua concreta applicazione. In altre parole, il modello dei centri in Albania non viene bocciato in assoluto, ma viene subordinato a una condizione essenziale: le persone trasferite devono poter godere di garanzie equivalenti a quelle previste all’interno dell’Unione europea.

Il parere dell’avvocata generale non è vincolante per la Corte, ma assume spesso un peso rilevante nell’orientare la futura decisione dei giudici. La sentenza è attesa nei prossimi mesi e potrebbe incidere non solo sul destino operativo delle strutture previste dall’intesa tra Roma e Tirana, ma anche sul più ampio dibattito europeo sull’esternalizzazione delle procedure migratorie.

Il protocollo Italia-Albania è stato al centro di forti polemiche fin dalla sua approvazione. Il governo italiano lo ha presentato come uno strumento innovativo per alleggerire la pressione sugli arrivi e rendere più rapide le procedure, mentre opposizioni, associazioni e giuristi hanno sollevato dubbi sulla compatibilità con i diritti fondamentali e con le norme europee in materia di asilo.

Le conclusioni di Medina sembrano collocarsi in una posizione intermedia: riconoscono agli Stati membri un margine di manovra nell’organizzazione delle strutture di accoglienza e trattenimento, ma ribadiscono che tale margine incontra un limite invalicabile nel rispetto del diritto dell’Unione. Nessuna soluzione amministrativa o politica, dunque, può comprimere le garanzie minime riconosciute ai richiedenti protezione internazionale.

La partita resta ora nelle mani della Corte di giustizia Ue. La decisione finale chiarirà se e a quali condizioni il progetto italiano potrà proseguire, definendo un precedente destinato a pesare sulle future politiche migratorie europee.

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