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Ipsos cerca intervistatori, “ci aiuteranno a conoscere gli stranieri in Italia”

Nora Schmitz: “Le nostre ricerche contribuiscono a dare una voce agli immigrati. Più facile che parlino con persone che appartengono alla loro stessa comunità”

 

Roma – 12 aprile 2016 – Mai pensato di diventare intervistatori? È l’opportunità di lavoro offerta da Ipsos. Da anni impegnato a conoscere meglio gli immigrati,  è alla ricerca di collaboratori stranieri in Italia per realizzare interviste all’interno delle varie comunità. 

I requisiti richiesti sono: età non inferiore a 20 anni; diploma di scuola media superiore; serietà, affidabilità e orientamento al conseguimento degli obiettivi; capacità di relazione  con le persone di diverso profilo sociale e diversa etnia; vasta rete di conoscenze sul territorio utile ad individuare le diverse tipologie di persone da intervistare e disponibilità immediata. La conoscenza di altre lingue straniere è un requisito preferenziale. Per candidarsi, basta collegarsi al sito http://www.ipsos.it/newpanel e compilare i campi richiesti oppure telefonare al numero verde 800.191.040 o allo 02.361051 .  

Certo sarebbe inutile fare domande se non ci fosse qualcuno disposto a rispondere. È per questo che Ipsos cerca anche immigrati pronti concedere un po’ del loro tempo per farsi intervistare, che nella maggior parte dei casi  riceveranno degli omaggi in cambio della loro disponibilità. Partecipare è molto semplice, basta compilare il modulo all’indirizzo http://www.ipsos.it/partecipo segnalando il proprio nome e un numero di telefono al quale si vuole essere contattati per ricevere proposte di interviste.

Nora Schmitz, Ipsos

Nora Schmitz è Deputy Head di Ipsos Connect. Lei lavora in uno degli istituto di ricerca più grandi al mondo. Dal punto di vista delle ricerche, cosa si può dire della presenza straniera in Italia?

Da anni ormai diciamo che la società, in Italia, sta cambiando. Si parla spesso di una società sempre più multi-etnica, e di una presenza straniera sempre più diffusa e significativa nel nostro paese. In effetti, i cittadini di origine straniera che risiedono in Italia ormai hanno raggiunto l’8% della popolazione. La verità però è che si sa ancora davvero molto poco dei cittadini stranieri che risiedono in Italia, del loro modo di vivere nel nostro paese e delle loro abitudini.

Cosa significa raccogliere dati di ricerca sulla popolazione straniera?

Beh, innanzitutto per dati di ricerca si intende un insieme di informazioni che descrivono come è fatta una popolazione o una parte di essa, oppure quali sono i suoi comportamenti.  Ad esempio, dati su come sono fatte le famiglie (quanti sono in famiglia? In genere, il capofamiglia quanti anni ha e che professione svolge?), sui consumi di queste famiglie (la spesa la fanno al supermercato? Usano gli stesse prodotti delle famiglie italiane o prodotti diversi?) o su come passano il loro tempo libero (guardano la televisione? Che tipo di canali guardano? Usano solo la televisione satellitare per seguire i programmi nella loro lingua, o guardano anche i canali italiani? Che servizi Internet utilizzano?)

Ma a cosa servono queste informazioni?

Sono tutte informazioni importanti, che aiutano a capire gli stranieri residenti in Italia da tantissimi punti di vista, e assistono le aziende a fornire prodotti pensati per i loro bisogni e le loro specifiche esigenze. Pensi alle offerte bancarie, o postali o ancora alle tariffe telefoniche mirate a chi vive in Italia ma proviene da un paese straniero. In Italia siamo ancora molto indietro, in quest’ambito ma esistono alcuni esempi positivi, anche molto importanti. Per esempio, Auditel – che è la società che fornisce i dati sugli ascolti dei programmi televisivi – a partire dal 2012 ha lavorato moltissimo per rappresentare anche la popolazione straniera nei suoi dati di ascolto, un percorso che è stato realizzato in collaborazione con Ipsos e che è sicuramente un esempio di grande interesse. 

In prospettiva, grazie a questi dati, sarà possibile per gli Editori televisivi decidere ad esempio se inserire canali e programmi dedicati a persone di nazionalità diverse. Io aggiungo una cosa, che spiego sempre quando insegniamo agli intervistatori – spesso stranieri – cui affidiamo l’incarico di effettuare questo tipo di interviste: i dati di ricerca contribuiscono a dare una voce agli stranieri, e sarebbe molto bello se si riuscisse a capire meglio la realtà che vivono.

Ma come si raccolgono questi dati di ricerca?

In linea generale, i dati di ricerca si raccolgono in due modi. 

Si possono raccogliere tramite delle interviste, in cui ai rispondenti viene posta una serie di domande sui loro gusti e le loro preferenze. Tutte le risposte raccolte, analizzate statisticamente, costituiscono i dati di ricerca. Le analisi statistiche forniscono dati su categorie di persone, mai su singole persone specifiche. Ad esempio, il tipo di dato fornito potrà riguardare ‘dove le donne di 25-50 anni fanno la spesa’ o ‘che a che tipo di prodotti sono interessate.

Queste interviste possono essere realizzate al telefono, o via internet, ma in alcuni casi è necessario inviare un intervistatore che svolge l’intervista a casa delle persone. Questo tipo di indagine è più difficile da realizzare perché i cittadini stranieri sono diffidenti verso le interviste e spesso sono preoccupati che questi dati possano in qualche modo metterli in difficoltà. Cosa assolutamente impossibile, perché i dati vengono sempre raccolti su campioni molto grandi, di diverse migliaia di persone, e si leggono solo in forma aggregata – cioè per categorie – come negli esempi che ho fatto prima.

Tra l’altro, l’Italia ha una legge per la Privacy molto molto severa, quindi l’identità delle singole persone intervistate – siano esse straniere o Italiane – è difesa per legge in modo molto ferreo.

Un altro modo di raccogliere dati si basa sulla cosiddetta rilevazione elettronica: ad esempio, per gli ascolti televisivi funziona così, si installa una piccola macchinetta vicino al televisore della famiglia e questa macchinetta rileva i programmi visti. Anche in questo caso, il tutto avviene nel pieno rispetto della legge sulla Privacy e i risultati non vengono mai legati ad una specifica persona o famiglia.

Ma in cambio della loro collaborazione le persone intervistate ricevono qualcosa?

Spesso sì, dipende dall’indagine. Per esempio, per una intervista spesso offriamo una ricarica telefonica di 10 euro. Nel caso delle rilevazione elettronica, invece, si può ricevere un omaggio che si sceglie da un catalogo, di valore ben più alto, oppure un premio di 40 euro l’anno.

Rilasciare queste interviste quindi non è pericoloso, non ci sono rischi che le informazioni che vengono raccolte creino un qualche problema a chi accetta di farsi intervistare?

No, non ci sono rischi o pericoli, nel modo più assoluto. Insistiamo moltissimo su questo concetto quando formiamo i nuovi intervistatori che sempre più di frequente – specie per le ricerche sui cittadini stranieri – sono a loro volta stranieri.

Quindi è anche una possibile professione per uno straniero che vive in Italia?

Certamente sì, e noi anzi offriamo tanto lavoro proprio perché per questo tipo di ricerche a volte gli stranieri sono più a loro agio nel rilasciare interviste a persone della loro nazionalità. Quindi gli intervistatori stranieri sono richiesti: proprio in questi mesi ne stiamo inserendo molti perché abbiamo moltissime interviste da fare, su moltissimi temi di ricerca!

E come si diventa intervistatori di IPSOS?

Beh, si contatta il nostro reparto operativo, quello che organizza tutte le ricerche dal punto di vista pratico. Si manda un curriculum e si fa un colloquio, dopo di che si segue un piccolo corso online per imparare quello che c’è da fare e si viene pagati per ogni singola intervista che si riesce a fare. Abbiamo diversi intervistatori che lo fanno proprio di professione, e mantengono la loro famiglia così, altri invece che lo fanno part-time perché studiano, o hanno un altro lavoro o ancora – è il caso delle mamme – ad una certa ora hanno impegni famigliari.

 

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