Roma, 18 maggio 2026 – Una neonata di cinque mesi è morta a Lampedusa dopo essere sbarcata sull’isola insieme alla madre e alla sorellina di due anni. La piccola era arrivata a bordo di un barcone con altre 55 persone. Al momento dello sbarco, i soccorritori si sono accorti delle sue condizioni gravissime e l’hanno trasferita al Poliambulatorio, dove però i tentativi di rianimazione non sono bastati. Secondo i medici, la causa del decesso sarebbe l’ipotermia.
Il gruppo era partito da Sfax, in Tunisia, a bordo di un’imbarcazione in ferro. Secondo quanto riferito da alcuni compagni di viaggio, la partenza sarebbe avvenuta intorno alle 2 del giorno precedente. Il costo della traversata sarebbe stato compreso tra 400 e 600 euro a persona. A bordo c’erano anche 20 minori non accompagnati provenienti da Burkina Faso, Guinea, Gambia e Sierra Leone. La madre e le due bambine erano invece originarie della Costa d’Avorio.
Sulla morte della neonata la Procura di Agrigento ha aperto un’indagine e disposto l’autopsia per confermare l’ipotermia come causa del decesso. La madre, sotto choc, è assistita da un gruppo di psichiatri e sarà ascoltata per ricostruire le fasi della traversata. La salma della bambina è stata trasferita alla camera mortuaria del cimitero di Cala Pisana.
Durante il triage sanitario effettuato sul molo Favarolo, i medici hanno riscontrato su quattro delle persone sbarcate segni di violenza alle braccia e al dorso. Il responsabile del Poliambulatorio di Lampedusa, Francesco D’Arca, ha spiegato che alcune donne e alcuni uomini presentavano lesioni riconducibili a violenze subite prima del viaggio.
La tragedia ha suscitato la reazione di diverse organizzazioni umanitarie. Save the Children ha parlato del “fallimento di politiche che continuano a mettere i confini davanti alla vita”, mentre Mediterranea Saving Humans ha denunciato l’assenza di canali sicuri e legali per raggiungere l’Europa. La morte della neonata riporta al centro il tema delle rotte migratorie nel Mediterraneo centrale e della vulnerabilità estrema di chi affronta il viaggio, spesso dopo mesi o anni di violenze, sfruttamento e precarietà.


