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Migranti, Gabrielli critica il click day: «Un meccanismo che favorisce caporalato e intermediazione»

L’ex capo della Polizia interviene sul sistema degli ingressi regolari per lavoro: «Si chiede agli imprenditori di scegliere persone che non conoscono». Il confronto tra le quote previste e le effettive regolarizzazioni.

Il sistema del click day utilizzato per l’ingresso in Italia dei lavoratori stranieri rischia, secondo il prefetto Franco Gabrielli, di produrre effetti opposti rispetto agli obiettivi dichiarati, alimentando forme di intermediazione irregolare e creando terreno favorevole al caporalato.

L’ex capo della Polizia ed ex sottosegretario ha affrontato il tema il 17 settembre a Firenze, durante la presentazione del libro Contro la paura, scritto insieme al giornalista Carlo Bonini. Gabrielli ha concentrato la sua critica soprattutto sul funzionamento del meccanismo con cui vengono assegnate le quote di ingresso previste dai decreti flussi.

Secondo i dati richiamati da Gabrielli nel corso dell’incontro, l’ultima tranche del decreto flussi avrebbe consentito, sulla base delle richieste provenienti dal sistema produttivo, l’ingresso legale di circa 160 mila persone. Di queste, ha affermato il prefetto, soltanto 15-16 mila sarebbero poi arrivate all’effettiva regolarizzazione, una quota vicina al 10%.

È proprio questa distanza tra le autorizzazioni previste e i rapporti di lavoro effettivamente perfezionati a essere al centro della critica.

«L’imprenditore dovrebbe scegliere qualcuno che non conosce»

Gabrielli ha definito il click day un meccanismo «assurdo», sostenendo che il sistema presuppone che un datore di lavoro italiano richieda l’ingresso di un lavoratore straniero che spesso non conosce direttamente.

Secondo la sua analisi, questa impostazione finirebbe per lasciare spazio a soggetti intermediari capaci di mettere in contatto lavoratori e imprese, con il rischio di favorire circuiti opachi. Gabrielli ha parlato esplicitamente di caporalato e di intermediazione etnica come possibili conseguenze del sistema.

Si tratta di una valutazione espressa dall’ex capo della Polizia e non di una conclusione ufficiale delle istituzioni sul funzionamento complessivo dei decreti flussi. Il tema, tuttavia, richiama uno dei nodi più discussi delle politiche italiane sull’immigrazione per motivi di lavoro: come far coincidere in maniera efficace le necessità delle imprese con l’ingresso regolare dei cittadini stranieri, limitando allo stesso tempo abusi e intermediazioni illegali.

Il nodo dell’ingresso regolare

Nel suo intervento Gabrielli ha richiamato anche l’evoluzione delle politiche migratorie italiane, ricordando come fino al 2015 l’Italia favorisse, secondo la sua ricostruzione, la prosecuzione verso altri Paesi europei di una parte delle persone arrivate sul territorio nazionale.

Il punto centrale rimane però il funzionamento dei canali di ingresso per lavoro. Il sistema delle quote dovrebbe infatti consentire alle imprese che hanno bisogno di manodopera di assumere cittadini di Paesi non appartenenti all’Unione europea attraverso procedure legali e programmate.

La forte differenza indicata da Gabrielli tra il numero degli ingressi autorizzabili e quello delle regolarizzazioni effettivamente completate solleva, nella sua lettura, interrogativi sull’efficienza del sistema e sulla capacità di costruire un rapporto diretto tra lavoratori e imprese.

La questione assume particolare rilievo in settori come agricoltura, edilizia, turismo e assistenza alla persona, nei quali la domanda di manodopera straniera rappresenta da anni una componente significativa del mercato del lavoro.

Il dibattito torna così a concentrarsi non soltanto sul numero delle quote di ingresso, ma sulle modalità con cui queste vengono assegnate e trasformate in rapporti di lavoro effettivi. Un passaggio decisivo anche per ridurre il rischio che le difficoltà dei canali regolari lascino spazio a forme di sfruttamento e reclutamento illegale.

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