Roma, 23 gennaio 2026 – Nella Germania orientale, lontano dai palazzi del potere e dai riflettori ufficiali, un incontro riservato ha riportato al centro del dibattito una parola che da tempo agita il Paese: rimpatrio di massa. Un termine che per molti evoca scenari del passato e che oggi torna a circolare negli ambienti più radicali della destra, creando imbarazzo anche tra chi, fino a poco tempo fa, lo considerava impronunciabile.
L’evento si è svolto in una località periferica del Brandeburgo, in un edificio dismesso ai margini di un’area commerciale, scelto proprio per sfuggire all’attenzione. All’interno, poche decine di militanti selezionati e alcuni giornalisti. All’esterno, un piccolo presidio di contestatori, riusciti a intercettare la notizia all’ultimo momento, ha cercato di disturbare l’incontro con cori e musica ad alto volume.
Sul palco si sono alternati esponenti noti dell’area identitaria e figure politiche regionali vicine all’estrema destra parlamentare. Il messaggio, però, è stato chiaro fin dall’inizio: spingere più in là il confine di ciò che può essere detto pubblicamente. Non più soltanto il rimpatrio di chi è irregolare o destinatario di un provvedimento di espulsione, ma una revisione complessiva delle politiche migratorie degli ultimi anni, fino a ipotizzare numeri nell’ordine dei milioni.
Un attivista di primo piano del movimento identitario europeo ha aperto l’incontro con un discorso che ha suonato come una dichiarazione di intenti. Secondo lui, il contesto internazionale sarebbe ormai maturo per superare i “tabù” imposti dal dopoguerra: fine del multilateralismo, crisi delle istituzioni sovranazionali e ritorno a una politica fondata sull’identità. In questa cornice ha annunciato la nascita di una nuova struttura transnazionale dedicata esclusivamente alla promozione della cosiddetta “remigrazione”, con contatti già avviati anche in altri Paesi europei.
Accanto a lui, una rappresentante eletta a livello regionale ha cercato di mantenere un profilo più prudente, ribadendo la linea ufficiale del suo partito: applicare le leggi esistenti e rimpatriare chi non ha diritto a restare. Ma subito dopo ha aperto a scenari più ampi, proponendo di riesaminare retroattivamente le domande di asilo presentate nell’ultimo decennio e lasciando intendere che il perimetro potrebbe allargarsi ben oltre gli attuali criteri.
Le posizioni più controverse sono emerse durante il dibattito informale a margine dell’incontro. Tra gli slogan rilanciati, quello della “esternalizzazione” dei rimpatri: se lo Stato non è in grado di procedere, sostengono alcuni, bisognerebbe affidare il compito a soggetti privati. Un’idea che richiama modelli già sperimentati altrove e che ha attirato l’interesse di operatori economici del settore logistico, pronti – secondo quanto dichiarato – a offrire i propri servizi.
Questo vertice, organizzato nonostante le pressioni dei vertici nazionali del partito per evitarlo, ha messo in evidenza una frattura sempre più profonda all’interno della destra tedesca: da un lato chi cerca una legittimazione istituzionale, dall’altro chi spinge per radicalizzare il discorso e trasformare proposte estreme in programma politico. Una tensione che rischia di avere conseguenze pesanti, proprio mentre il partito tenta di sottrarsi all’attenzione delle autorità che ne monitorano le derive più pericolose.
In gioco non c’è solo una strategia elettorale, ma il tentativo di ridefinire il linguaggio e i limiti del dibattito pubblico su migrazione e cittadinanza. Ed è su questo terreno, più che nelle urne, che si sta combattendo una partita decisiva per il futuro politico del Paese.


