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Tajani critica la regolarizzazione dei migranti in Spagna: «Possibili conseguenze anche per l’Italia»

Roma, 20 luglio 2026 – La regolarizzazione straordinaria dei migranti avviata dalla Spagna diventa un nuovo terreno di confronto politico tra Roma e Madrid. Il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso una netta contrarietà alla misura promossa dal governo guidato da Pedro Sánchez, sostenendo che le sue conseguenze potrebbero estendersi oltre i confini spagnoli.

In un’intervista concessa al quotidiano spagnolo El Mundo, Tajani ha definito l’iniziativa “demagogica”, sottolineando che la gestione dell’immigrazione non può essere considerata una questione esclusivamente nazionale. Secondo il ministro, le persone regolarizzate in Spagna potrebbero successivamente dirigersi verso l’Italia, anche per ragioni di vicinanza linguistica e culturale.

La preoccupazione espressa dal titolare della Farnesina riguarda soprattutto le dimensioni dell’operazione. Il governo spagnolo ha infatti avviato nel 2026 un processo straordinario rivolto a centinaia di migliaia di cittadini stranieri già presenti nel Paese in situazione amministrativa irregolare. Tajani ha contestato l’ipotesi di regolarizzare mezzo milione di persone, evocando anche stime più elevate circolate nel dibattito politico spagnolo.

Il programma predisposto da Madrid è rivolto alle persone arrivate in Spagna prima del primo gennaio 2026 che, al momento della domanda, possano dimostrare una permanenza continuativa di almeno cinque mesi. Tra i requisiti figurano inoltre l’assenza di precedenti penali e il fatto di non rappresentare una minaccia per l’ordine o la sicurezza pubblica. Il processo è stato presentato dall’esecutivo spagnolo come uno strumento per far emergere il lavoro irregolare, favorire l’inclusione e garantire maggiori tutele alle persone già inserite nel tessuto sociale ed economico del Paese.

Tajani ha però insistito sulla necessità di affrontare decisioni di questa portata attraverso un coordinamento comunitario. Il ministro ha dichiarato che l’Italia non sarebbe stata preventivamente informata dell’iniziativa e che non vi sarebbero stati contatti specifici tra i due governi sulla regolarizzazione. A suo giudizio, una misura capace di incidere sui movimenti delle persone all’interno dello spazio europeo dovrebbe essere discussa insieme agli altri Stati membri.

Sul piano giuridico, tuttavia, la concessione di un permesso di soggiorno spagnolo non attribuisce automaticamente ai beneficiari il diritto di trasferirsi stabilmente o lavorare in Italia. Un cittadino non comunitario titolare di un permesso rilasciato da un Paese dell’area Schengen può viaggiare negli altri Stati Schengen, generalmente per un massimo di 90 giorni nell’arco di 180. Per soggiorni più lunghi o per lavorare deve invece ottenere un visto o un’autorizzazione rilasciata dal Paese di destinazione e rispettarne le condizioni nazionali.

La misura spagnola può quindi facilitare la mobilità temporanea nell’area Schengen, ma non equivale alla piena libertà di circolazione riconosciuta ai cittadini dell’Unione europea. Forme più ampie di mobilità possono essere ottenute successivamente, per esempio attraverso lo status europeo di soggiornante di lungo periodo, normalmente legato a diversi anni di residenza legale e comunque soggetto a specifici requisiti.

Nonostante le divergenze, Tajani ha precisato che i rapporti istituzionali tra Italia e Spagna restano positivi. Le differenze politiche tra il governo italiano di centrodestra e l’esecutivo progressista di Sánchez non metterebbero in discussione, secondo il ministro, l’amicizia e la collaborazione tra i due Paesi.

Lo scontro sulla regolarizzazione riflette però una divisione più profonda all’interno dell’Unione europea. Da una parte, alcuni governi considerano l’emersione dei migranti già presenti e occupati uno strumento per contrastare lo sfruttamento e rispondere alla domanda di manodopera. Dall’altra, diversi Stati temono che provvedimenti nazionali su larga scala possano produrre effetti indiretti sugli altri membri dello spazio Schengen.

Il confronto riporta così al centro la questione della dimensione europea delle politiche migratorie: frontiere interne aperte e sistemi nazionali di soggiorno continuano a convivere, rendendo inevitabile il dibattito su quanto le decisioni adottate da un singolo governo debbano essere condivise con i partner dell’Unione.

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