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“Basta sfruttamento”, lo sciopero dei braccianti indiani a Latina

Storica manifestazione contro le paghe da fame e le condizioni disumane nei campi e nelle serre dell’agro pontino. Nanda Singh (Flai Cgil): “Così non si può più vivere, non subiremo più in silenzio”

 

Roma – 18 aprile 2016 – “Stesso sangue, stessi diritti” è lo slogan che stamattina ha riunito a Latina, in provincia di Roma,  migliaia di braccianti sikh, in una protesta contro lo sfruttamento. Per la prima volta,  si sono ribellati, scioperando e alzando la voce, da un palco alzato in piazza davanti alla Prefettura. 

I dossier della Onlus In Migrazione, che con Flai Cgil ha promosso l’iniziativa,  documentano da anni le inaccettabili condizioni dei lavoratori indiani nell’agro pontino. Passano oltre dodici ore al giorno, anche sette giorni su sette, a spezzarsi la schiena nei campi o a soffocare nelle serre per guadagnare anche meno di tre euro l’ora. Tra “nero” e “grigio”: lavori un mese,  in busta paga risulta una settimana. 

Se ci si protesta, arrivano le minacce o le botte dei datori e dei caporali. C’è chi per sostenere i ritmi di lavoro disumani è costretto a doparsi. C’è chi si rassegna. C’è chi si uccide, come un 24enne che a fine marzo si è impiccato a Fondi. Ora però c’è anche chi alza la testa, come i lavoratori (soprattutto indiani, ma c’erano anche bangladesi e romeni) che hanno partecipato alla manifestazione di oggi. 

“Da settimane chiediamo l’aumento dei salari almeno a 5 euro l’ora. Alcuni datori dicono che non ce la fanno, altri minacciano i lavoratori di chiudere le serre. Il titolare di un’azienda ha mostrato ai lavoratori una tanica di benzina, dicendo che se continuavano a protestare avrebbe bruciato la loro baracche” racconta a Stranieriinitalia.it Nanda Devender Singh, delegato Flai Cgil di Latina. 

“Oggi – spiega il sindacalista – abbiano chiesto alla Prefettura di intervenire. Non è più possibile lavorare con queste paghe, non si può sopravvivere. Inoltre, se si lavora un anno ma in busta paga non risulta, non è possibile neanche avere la disoccupazione o rinnovare il permesso di soggiorno”. 

I soldi che non risultano in busta paga che fine fanno?
“Non vengono dati al lavoratore. Gli arretrati aumentano e molti datori dicono che non pagheranno mai perché devono coprire con quei soldi le spese sostenute per mantenere in regola il lavoratore, per pagare il commercialista e così via”. 

Non ci sono ispezioni?
“I controlli sono pochi e quando ci sono spesso i datori lo sanno in anticipo, come se venissero informati. Quel giorno dicono a chi non è in regola di non presentarsi, così quando arrivano gli ispettori tutto sembra a posto. Inps, Inail e direzioni territoriali del lavoro devono darsi una mossa”.

Qual’ è il ruolo dei caporali?
“I caporali sono nell’ombra ma ci sono sempre, sono italiani e stranieri e ti trovano chi ti fa lavorare, oppure, semplicemente, chi ti offre un finto contratto di lavoro. Questo soprattutto per gli ultimi arrivati”. 

Parla di chi arriva in Italia con flussi?
“Sì. Ci sono ragazzi arrivati negli ultimi anni grazie ai flussi stagionali che hanno pagato anche settemila euro per la chiamata. Il caporale dà una parte al datore di lavoro e trattiene il resto. Quando il lavoratore arriva in Italia però non viene assunto e quindi rimane come irregolare”. 

Ed è costretto a lavorare a condizioni anche peggiori?
“Molto peggiori, perché lavora in nero e non può denunciare altrimenti rischia l’espulsione. Chi ha un permesso di soggiorno ed è qui da tanti anni oggi prende 3,5 euro l’ora, chi non ha un permesso lavora anche per 2 euro l’ora e intanto, oltre a pagare per mangiare e dormire e a inviare soldi ai parenti, deve pure restituire i soldi del debito contratto per comprarsi la chiamata con i flussi”. 

Crede che la manifestazione possa cambiare le cose? 
“Di sicuro è il segnale che i lavoratori non vogliono più subire in silenzio. In queste condizioni è impossibile andare avanti”.

Elvio Pasca

 

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