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Cpr in albania, l’esposto di Actionaid e il sospetto di un danno erariale

Roma, 2 dicembre 2025 – L’operazione italiana dei CPR in Albania entra in una fase delicata dopo il deposito, da parte di ActionAid, di un articolato esposto alla Corte dei Conti per presunto danno erariale, accompagnato da una segnalazione all’ANAC su possibile mala gestione degli appalti. La denuncia, contenuta in sessanta pagine, accusa un sperpero ingiustificabile di risorse pubbliche, mettendo in luce dati inediti raccolti dal progetto Trattenuti, realizzato con l’Università di Bari.

Secondo ActionAid, la realizzazione dei centri albanesi è partita con 39,2 milioni di euro stanziati dalla legge di ratifica del Protocollo Italia-Albania, cifra aumentata a 65 milioni solo dieci giorni dopo, grazie al trasferimento della competenza alla Difesa tramite il cosiddetto Decreto PNRR 2. Da quel momento alla fine di marzo 2025, il Ministero ha bandito gare per 82 milioni, firmato contratti per oltre 74 milioni, quasi tutti tramite affidamenti diretti, ed erogato 61 milioni per gli allestimenti. Risorse sottratte, sottolinea ActionAid, alla salute, alla giustizia, al welfare e persino ai fondi per le emergenze.

L’avvocato Antonello Ciervo, che coordina il team legale dell’associazione, rimarca come tali spese siano state compiute nonostante la illegittimità del modello albanese, già rilevata dalla magistratura italiana e dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Lo stesso Governo avrebbe tentato più volte di piegare la normativa pur di mantenere in vita un progetto “inumano, inefficace e giuridicamente inconsistente”.

A marzo 2025 risultava attivato appena il 39% della capienza prevista, mentre i costi di gestione erano enormemente superiori a quelli dei centri italiani. Nel CPR di Gjader, mantenere un singolo posto per due mesi costava circa 1.500 euro, ovvero quanto si spende in un anno a Modica, dove nel 2023 e 2024 l’esperimento del trattenimento dei richiedenti asilo provenienti da Paesi sicuri aveva già mostrato la propria inefficacia: nessuna convalida, nessun rimpatrio in un anno e appena 5 rimpatri su 166 persone nell’anno successivo.

L’avvio dei trasferimenti in Albania di persone già trattenute in Italia ha prodotto un aumento vertiginoso della spesa pubblica, pur riportando poi i migranti nuovamente sul territorio italiano. A fine 2024 il prezzo giornaliero per detenuto a Gjader risultava quasi tre volte quello di un CPR nazionale, mentre il 20% dei posti disponibili in Italia restava comunque vuoto.

La ricostruzione di ActionAid evidenzia inoltre spese considerevoli legate a missioni, logistica, facchinaggi, manutenzioni e trasferimenti navali. La sola nave Libra ha richiesto oltre 2,6 milioni tra manutenzione e forniture, mentre il vitto e alloggio delle forze dell’ordine ha raggiunto cifre impressionanti: se il CPR di Macomer costava 5.884 euro al giorno, quello di Gjader ne assorbiva 105.616, quasi 18 volte di più.

Nemmeno sul fronte sanitario la situazione appare migliore. Gli uffici dell’Usmaf Albania, creati per garantire il diritto alla salute, risultano deserti dal marzo 2025, mentre la commissione vulnerabilità si riunisce solo “da remoto”, e unicamente in presenza di “evidenze oggettive”. Il penitenziario di Gjader, dipendente dal Ministero della Giustizia, è stato pagato per 1,2 milioni pur essendo mai utilizzato e completato solo al 70%.

Il quadro complessivo delineato da ActionAid parla di denaro pubblico bruciato, competenze spostate da un ministero all’altro, norme modificate in corsa e una gestione affidata di fatto a società private e cooperative, spesso tramite procedure contestate sul piano della trasparenza. Per questo l’associazione considera imprescindibile l’intervento della Corte dei Conti e dell’ANAC, trattandosi di persone “formalmente in custodia dello Stato, ma concretamente nelle mani di gestori privati”.

Il progetto Trattenuti, che ha permesso di portare alla luce questi elementi, è consultabile all’indirizzo: trattenuti.actionaid.it. In attesa delle valutazioni della Corte dei Conti, resta aperta una domanda cruciale: quanto è costata, e quanto continuerà a costare, questa scelta di detenzione off-shore, costruita tra irregolarità, inefficienze e un pesante sospetto di danno erariale?

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