Roma, 3 febbraio 2026 – L’Italia come “punto di riferimento negativo” nelle politiche migratorie europee. È l’accusa lanciata dall’eurodeputato di Avs Leoluca Orlando a margine dell’evento Le ferite dei confini, ospitato al Parlamento europeo. Al centro del dibattito, due rapporti di monitoraggio sui centri di detenzione per migranti in Italia e in Albania, presentati dal network Tavolo per l’immigrazione e asilo e basati su studi e osservazioni sul campo.
Secondo Orlando, dieci anni di politiche restrittive hanno prodotto una progressiva mortificazione dei diritti fondamentali e una scia di tragedie nel Mediterraneo. Nel mirino, l’accordo siglato nel 2017 con le cosiddette autorità libiche, definito “criminogeno” dall’eurodeputato, perché avrebbe normalizzato respingimenti e detenzioni arbitrarie, trasformando l’Italia in un laboratorio di pratiche contestate a livello internazionale. “I rapporti presentati oggi non sono affermazioni generiche – ha sottolineato – ma denunce documentate delle responsabilità dei governi italiani in materia di migrazione”.
All’incontro hanno partecipato anche Cecilia Strada, che ha richiamato l’attenzione sui Centri di permanenza per il rimpatrio. Per Strada, la responsabilità dello Stato è aggravata dal fatto che i Cpr non vengono trattati come una drammatica extrema ratio, bensì come strumenti “desiderabili” e ordinari di gestione dei flussi, con conseguenze gravi sulla libertà personale delle persone trattenute.
Critica anche la posizione espressa dal Movimento 5 Stelle. Gaetano Pedullà ha parlato di un fallimento strutturale delle politiche migratorie dell’Unione europea, accusando la strategia della Commissione guidata da Ursula von der Leyen di confondere il fenomeno migratorio con i temi della sicurezza urbana, senza affrontarne le cause profonde né garantire standard adeguati di tutela dei diritti.
I rapporti del Tavolo per l’immigrazione e asilo mettono in evidenza condizioni di detenzione critiche e una gestione opaca sia nei centri italiani sia in quelli allestiti in Albania, sollevando interrogativi giuridici e politici sulla legittimità e sull’efficacia di queste strutture. Il messaggio che arriva dall’Eurocamera è netto: senza un cambio di paradigma, fondato su diritti, trasparenza e responsabilità condivisa, l’Europa rischia di continuare a produrre confini che feriscono, invece di politiche capaci di governare il fenomeno migratorio in modo umano e sostenibile.


