Roma, 19 gennaio 2026 – Non attraversano il Mediterraneo su barconi, non affrontano deserti o rotte di terra militarizzate, non compaiono nelle statistiche sugli sbarchi. Eppure rappresentano una quota rilevante dell’immigrazione irregolare in Europa. Sono gli overstayer: persone che entrano regolarmente nell’Unione europea con un visto turistico e, una volta scaduto, non rientrano nel Paese di origine.
Per anni il fenomeno è rimasto sostanzialmente invisibile, privo di stime attendibili. Oggi, per la prima volta, uno studio del Migration Policy Centre dell’European University Institute di Firenze prova a quantificare il numero di chi scivola nell’irregolarità dopo un ingresso legale.
Secondo la ricerca, pubblicata il 5 gennaio, nel 2019 sarebbero stati circa 450.000 gli overstayer nell’area Schengen. Con la pandemia, il numero è sceso a 150.000 nel 2021, per poi risalire a circa 300.000 nel 2022. Cifre che ridimensionano l’idea che l’irregolarità sia legata quasi esclusivamente agli ingressi clandestini.
Una migrazione diversa da quella delle rotte pericolose
La traiettoria degli overstayer è profondamente diversa dall’odissea migratoria di chi non ha alcuna possibilità di ottenere un visto. Si tratta di persone che volano in Europa, con documenti in regola, e che solo in un secondo momento diventano irregolari.
«Poter ottenere un visto turistico è già un privilegio nel contesto delle diseguaglianze globali», spiega Ettore Recchi, professore al Migration Policy Centre dell’Eui e a Sciences Po di Parigi. «Non è un titolo facile da ottenere: servono risorse economiche, prenotazioni, documentazione credibile. Gli overstayer rappresentano una sorta di classe media dell’immigrazione irregolare».
Al contrario, per alcune nazionalità questa strada è preclusa: cittadini di Paesi come Eritrea, Burundi, Uganda o Cuba difficilmente ottengono un visto turistico europeo.
Dati innovativi: facebook e traffico aereo
Lo studio utilizza un approccio inedito, incrociando più fonti. Da un lato, un enorme set di dati basato sulle tracce digitali di circa tre miliardi di utenti Facebook in 181 Paesi, analizzando posizione auto-riportata, check-in e indirizzi IP. Quando un cambio di Paese persiste per almeno dodici mesi, viene registrato come evento migratorio.
Dall’altro lato, i ricercatori hanno confrontato i flussi di entrata e uscita negli aeroporti Schengen grazie ai dati forniti da Sabre, società di market intelligence del settore aereo. Escludendo residenti e titolari di visti di lungo periodo, la differenza tra ingressi e uscite consente di stimare il numero dei possibili overstayer.
I paesi di origine più coinvolti
I Paesi di provenienza con il maggior numero di “eccedenti” risultano Colombia, Brasile e Indonesia, seguiti da Turchia, India, Marocco e Filippine. Un dato che rompe molti stereotipi sull’immigrazione irregolare, spesso associata esclusivamente alle rotte africane o mediorientali.
Verso il conteggio individuale degli overstayer
Dal 12 ottobre scorso è entrato in funzione il nuovo sistema informatico europeo di registrazione automatica degli ingressi e delle uscite dei cittadini extra-Ue. «Come già avviene negli Stati Uniti, l’Unione europea potrà presto contare in modo analitico quanti sono gli overstayer», osserva Recchi.
Ma la riflessione finale è soprattutto politica: «La distinzione tra migrazione regolare e irregolare è in larga parte un costrutto normativo. Basta spostare la durata di un visto da 90 a 120 giorni perché una persona passi dall’irregolarità alla regolarità. Questo mostra quanto la migrazione sia anche il prodotto di regole amministrative, non solo di movimenti umani».
Un dato che obbliga a riconsiderare narrazioni semplificate, ricordando che una parte consistente dell’immigrazione irregolare in Europa inizia legalmente, con un timbro sul passaporto e un biglietto aereo.


