Roma, 26 febbraio 2026 – Un corpo senza nome restituito dal mare e una comunità riunita in silenzio per un ultimo gesto di rispetto. Nel cimitero di Petrosino si è svolto un momento di preghiera per il migrante trovato senza vita lo scorso 15 febbraio sulla spiaggia di Torrazza, nel Trapanese. A guidare la commemorazione è stato il vescovo di Mazara del Vallo, monsignor Angelo Giurdanella, che ha lanciato un appello forte alla coscienza collettiva.
“Dobbiamo chiederci se siamo ancora capaci di indignarci, se sappiamo ancora sentire il dolore degli altri come fosse il nostro”, ha affermato il presule, invitando a non assuefarsi a tragedie che rischiano di diventare routine. Secondo il vescovo, perdere questa sensibilità significherebbe smarrire una parte fondamentale della propria umanità.
La salma è stata tumulata nella nuova area del cimitero cittadino. Durante la celebrazione, monsignor Giurdanella ha ricordato come i “corpi senza nome” rappresentino un monito per tutti: un richiamo a non chiudere gli occhi, a non lasciare che indifferenza e rassegnazione prendano il sopravvento. Ogni vita spezzata, ha sottolineato, è una ferita che riguarda l’intera società.
Nel suo intervento ha insistito sulla necessità di ricostruire legami di fraternità e di riportare al centro la dignità della persona, soprattutto quando si tratta di chi è più fragile e privo di voce. Non parole di circostanza, ma una responsabilità condivisa che interpella istituzioni e cittadini.
Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, il sindaco di Petrosino Giacomo Anastasi, il parroco don Carmelo Caccamo, la direttrice dell’Ufficio diocesano per le migrazioni suor Alessandra Martin, oltre a rappresentanti di associazioni del territorio e di una comunità per minori stranieri non accompagnati. “Non possiamo diventare complici con il silenzio”, è stato il monito rilanciato durante la preghiera.
Ancora una volta il mare del Trapanese si è trasformato in confine tragico. E ancora una volta la domanda resta sospesa: quanto spazio c’è, nella coscienza collettiva, per l’indignazione e per la responsabilità?


