Roma, 22 dicembre 2025 – Nella Giornata internazionale dei lavoratori migranti e delle loro famiglie, anche il CNEL presieduto da Renato Brunetta manda un messaggio netto al governo: gli immigrati sono irrinunciabili. A dirlo è il rapporto sulle migrazioni 2025 del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, intitolato “Conoscere per includere”, che fotografa un Paese in cui la presenza di cittadini di origine straniera non è un “tema emergenziale”, ma una componente strutturale capace di sostenere sia il quadro demografico sia la tenuta economica.
Il rapporto, basato su un’indagine statistico-demografica realizzata con l’Organismo nazionale di coordinamento per le politiche di integrazione (ONC), descrive le migrazioni come un vero “ammortizzatore” del progressivo calo della popolazione autoctona. I cittadini di origine straniera, infatti, non rappresentano soltanto una “leva demografica”, ma contribuiscono anche alla stabilità del sistema produttivo grazie a una forte componente giovane e in età attiva. In altre parole, non si tratta solo di numeri: è un pezzo di società che sostiene lavoro, consumi e servizi in una fase in cui l’Italia continua a invecchiare.
Accanto a questo quadro di lungo periodo, il documento mette in evidenza l’impatto delle crisi internazionali più recenti. Negli ultimi anni, si legge, è cresciuta in modo significativo la pressione sui sistemi di protezione: nel 2024 le richieste di asilo sono aumentate del 15,7% rispetto all’anno precedente. Una quota rilevante riguarda i più giovani: l’8,1% dei richiedenti è composto da minori. Sono dati che confermano quanto la dimensione umanitaria e quella socio-economica siano ormai intrecciate, e quanto la gestione dei flussi richieda strumenti coerenti, non improvvisazioni.
Il rapporto contribuisce anche a chiarire una realtà spesso ignorata nel dibattito pubblico: il 65,4% degli alunni di origine straniera è nato in Italia. Eppure, quasi un milione di questi ragazzi non ha ancora la cittadinanza italiana. È un nodo che pesa sul senso di appartenenza, sulle opportunità e, più in generale, sull’idea stessa di inclusione: se una parte consistente delle seconde generazioni cresce “dentro” il Paese ma resta formalmente “fuori”, il rischio è di produrre fratture sociali difficili da ricomporre.
La fotografia, però, non è priva di ombre. Uno dei dati più duri riguarda la povertà assoluta: tra le famiglie con almeno uno straniero l’incidenza è del 30,4%. Sale al 35,2% nelle famiglie composte esclusivamente da persone straniere, mentre scende al 6,2% per le famiglie formate da cittadini italiani. Per il CNEL la ragione di questo divario è chiara: risiede nella difficile collocazione nel mercato del lavoro e nel rapporto delle persone migranti con – e dentro – istituzioni e reti sociali. Non è solo un problema di reddito, ma di accesso reale a diritti, tutele, informazione, percorsi di stabilizzazione.
A conferma di questo scarto tra bisogno di lavoro e fragilità dei meccanismi d’ingresso, a pochi chilometri dalla sede di presentazione del rapporto, a Roma, si è tenuto un presidio degli “esodati” dal permesso di lavoro. In piazza Montecitorio, insieme a molte organizzazioni della società civile – tra cui A Buon Diritto, ACLI, ActionAid, ARCI, ASGI, CGIL, Emergency, Ero Straniero, Oxfam, Recosol – era presente una rappresentanza di lavoratori provenienti dal Bangladesh, tra le principali vittime (insieme a persone da India, Sri Lanka e Pakistan) delle storture del decreto flussi. Il loro paradosso è semplice e devastante: arrivano regolarmente con un contratto, ma scoprono che quel contratto era una truffa, che l’azienda è fallita o che il datore di lavoro è irreperibile. E nel frattempo, per legge, non possono trovare un altro lavoro regolare.
Secondo Papia Aktar, responsabile immigrazione ARCI Roma, questo meccanismo genera direttamente disagio sociale, perché chi si trova incastrato in questa condizione viene spesso abbandonato: senza informazioni, senza un ufficio di riferimento, senza chiarezza su diritti essenziali come l’assistenza sanitaria. In questo vuoto, molte persone finiscono in balia di consulenti truffaldini e, non di rado, sono costrette a presentare domanda d’asilo non tanto per scelta, quanto per necessità di sopravvivenza amministrativa.
Sulla stessa linea è l’analisi di Federica Ramiddi, avvocata di ASGI, che chiede al governo una circolare capace di prevedere un permesso in attesa occupazione e, più in generale, di superare un sistema – quello del decreto flussi – che negli anni avrebbe prodotto irregolarità e violazioni sistematiche dei diritti, esponendo i lavoratori a ricatti, truffe, sfruttamento e caporalato. Il punto non è solo correggere qualche dettaglio: è evitare che un canale legale si trasformi, di fatto, in una fabbrica di vulnerabilità.
In questo contesto, la conclusione del rapporto ONC-CNEL suona come una proposta politica concreta: ampliare i canali di ingresso e i percorsi di inclusione lavorativa con un duplice obiettivo. Da un lato, offrire ai lavoratori non comunitari reali percorsi di integrazione; dall’altro, rispondere alle esigenze di sviluppo del Paese. È un approccio che prova a tenere insieme necessità economiche e diritti, superando l’idea che l’immigrazione sia solo un tema di controllo delle frontiere.
Se il rapporto “Conoscere per includere” indica una direzione, la piazza racconta l’urgenza: un sistema che riconosce la funzione dei migranti come risorsa strutturale non può permettersi di produrre, allo stesso tempo, “esodati” della legalità. Aprire e rendere funzionanti i canali d’ingresso, garantire tutele e strumenti di transizione come il permesso in attesa occupazione, significa scegliere se governare il fenomeno o subirne le conseguenze. E, soprattutto, significa decidere se l’inclusione sia un principio da dichiarare o un processo da rendere finalmente possibile.


