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Nuova Italia, nuovi italiani

Chiamereste immigrati i 600mila ragazzi che stanno crescendo con i nostri figli? Sulla riforma della cittadinanza si gioca il futuro dell’Italia

La riforma della legge sulla cittadinanza chiama il Parlamento a una sfida senza precedenti, che sarà vinta solo se gli italiani ne usciranno con un volto nuovo.

In Italia vivono circa seicentomila minori, la metà dei quali nati qui, che la legge considera stranieri. Figli di uomini e donne che arrivano dai quattro angoli del mondo, hanno ereditato la cittadinanza di mamma e papà come se fosse un naso lungo o un particolare taglio degli occhi. Ma chiamereste questi ragazzi immigrati? Parlano italiano, giocano, studiano, stringono amicizia, si innamorano e litigano con i nostri figli. Guardano gli stessi programmi in tv, cantano le stesse canzoni, tifano per le stesse squadre di calcio. Crescono ogni giorno insieme ai nostri figli, come i nostri figli.

Italiani di fatto, possono oggi diventarlo anche per legge solo una volta maggiorenni, a patto però che siano nati in Italia e vi abbiano risieduto stabilmente per diciotto anni. È una corsa a ostacoli, i tanti che non ce la fanno rimangono nel limbo al quale sono condannati dall’infanzia: marocchini o albanesi per i loro passaporti, italiani per i parenti rimasti a Casablanca o Tirana. E magari in quella che per legge sarebbe la loro patria non ci sono stati mai o, quando vi tornano, sono spaesati e guardati con stupore come i nipoti degli emigranti italiani quando (ma sono sempre meno) passano l’estate nei paesi dei loro avi. È tempo di uscire con buon senso e logica da una situazione così assurda e per fortuna le larghe intese già anticipate su questo tema lasciano sperare che l’obiettivo venga raggiunto facilmente.

Non è però meno urgente ripensare, facilitandola, la naturalizzazione di chi è nato e cresciuto altrove, ma poi ha scelto di portare avanti il suo progetto di vita in questo Paese, al quale regala ogni giorno il suo lavoro, il futuro dei suoi figli, nuove lenti per interpretare il mondo. A chi chiede di diventare italiano come compimento di questo percorso di appartenenza oggi rispondiamo con tempi lunghissimi e quintali di burocrazia e quando diciamo di sì lo facciamo per gentile concessione più che per riconoscere un diritto.

Che si guadagna a difendere l’italianità come se fosse una città assediata? Che rispetto si può chiedere a persone alle quali si sbatte sempre la porta in faccia?

Proviamo a guardare questa città dall’esterno, da esclusi. Ci fa entrare ogni mattina per lavorare, ma ci manda fuori al tramonto, quando la fabbrica o il cantiere chiude. E fa rabbia vedere quel muro così difficile da scavalcare, con una porta sempre aperta solo per chi sposa un italiano. Se il 90% delle acquisizioni di cittadinanza oggi avviene per matrimonio non vuole dire che il fascino italico non ha confini, ma che il meccanismo è rotto, da buttare.

Nei prossimi mesi il Parlamento potrà fare una scelta che passerà alla Storia, ha anzi l’occasione di fare la Storia e, come in un secondo Risorgimento, i nuovi italiani. Tra i suoi banchi si traccerà un discrimine, speriamo trasversale, tra chi ha preso atto che l’Italia è già multietnica e multiculturale e chi è troppo affezionato alle scenette da commediaccia tra settentrionali e meridionali per comprendere che nelle nostre piazze si incontra il mondo. È l’occasione per rigenerare il Paese o rimanere arroccati in un paesello che cade in rovina.

(13 febbraio 2007)

Elvio Pasca

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