Roma, 15 settembre 2026 – La politica migratoria restrittiva della Svezia è destinata a sopravvivere anche a un eventuale cambio di governo. I socialdemocratici guidati da Magdalena Andersson, usciti dalle elezioni del 13 settembre con il blocco di centrosinistra in lieve vantaggio, hanno infatti escluso un ritorno alle politiche di ampia apertura che avevano caratterizzato il Paese fino alla crisi dei rifugiati del 2015.
Il principio alla base della nuova linea è che la sostenibilità del sistema di welfare richieda un controllo molto più severo degli ingressi, accompagnato però da una maggiore integrazione delle persone che già vivono nel Paese.
La trasformazione della politica svedese sull’immigrazione è stata profonda. Nel 2015 il Paese aveva ricevuto circa 160 mila domande di asilo. Nel 2025 le nuove richieste sono scese a circa 6.700 e solo il 23% è stato accolto, meno della metà della media europea.
Il governo di centrodestra di Ulf Kristersson, sostenuto in Parlamento dai Democratici Svedesi, ha progressivamente irrigidito le regole sul ricongiungimento familiare, sui permessi umanitari e sull’accesso alla cittadinanza. La quota annuale destinata al reinsediamento dei rifugiati è stata inoltre ridotta da circa 5 mila a 900 persone.
Nel 2026 il governo ha anche aumentato fortemente gli incentivi economici per chi sceglie volontariamente di lasciare la Svezia. Nonostante la cifra possa arrivare a 350 mila corone svedesi, pari a oltre 30 mila euro, l’adesione è rimasta finora molto limitata: secondo Reuters, soltanto 171 persone avevano accettato il programma nei primi mesi dell’anno.
Su questo terreno emergono però le differenze tra destra e centrosinistra. I socialdemocratici di Andersson non intendono smantellare il sistema di controllo degli ingressi, ma si oppongono ad alcune misure più radicali, come gli incentivi alla cosiddetta “remigrazione” e l’obbligo per determinati dipendenti pubblici di denunciare persone sospettate di soggiorno irregolare.
La strategia progressista punta invece su quello che viene presentato come un modello di integrazione più esigente: apprendimento della lingua svedese, ingresso nel mercato del lavoro, rispetto delle leggi e contrasto alla segregazione nei quartieri periferici. L’obiettivo è preservare l’universalità del welfare facendo sì che anche gli immigrati contribuiscano al finanziamento del sistema attraverso il lavoro.
Il modello guarda esplicitamente all’esperienza dei socialdemocratici danesi di Mette Frederiksen, che negli ultimi anni hanno associato politiche migratorie fortemente restrittive alla difesa dello stato sociale.
La questione resta tuttavia complessa. Parallelamente alla stretta sull’immigrazione, diversi settori dell’economia e dei servizi pubblici svedesi continuano infatti a dipendere in misura significativa dai lavoratori di origine straniera: nel settore municipale circa il 22% degli occupati è nato all’estero, con percentuali particolarmente elevate nell’assistenza agli anziani e nella sanità.
È proprio questa tensione – ridurre l’immigrazione senza compromettere un mercato del lavoro che in diversi settori ha bisogno di manodopera – a rappresentare una delle principali sfide della Svezia dei prossimi anni.