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Migranti, opposizioni all’attacco: «La linea del governo rischia di isolare l’Italia»

Roma, 19 agosto 2026 – Si riaccende lo scontro politico sulla gestione dell’immigrazione. Dopo le tensioni con la Spagna per la crisi di Ceuta e la sospensione dei normali meccanismi di Schengen, il dossier dei cosiddetti “dublinanti” apre nuovi fronti per il governo italiano con Germania e Svizzera. Una situazione che le opposizioni utilizzano per mettere sotto accusa la strategia europea dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.

Il nuovo elemento arriva da Berna. Dopo quasi quattro anni di blocco, la Svizzera ha annunciato la ripresa, dalla fine di agosto, dei trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo per i quali Roma risulta responsabile. Secondo le autorità elvetiche, al momento sarebbero 652 le persone potenzialmente trasferibili. I primi casi dovrebbero riguardare soprattutto richiedenti arrivati dopo il 12 giugno, data dalla quale sono applicabili le nuove norme europee in materia di migrazione e asilo.

La questione si aggiunge al confronto già aperto con Berlino. Il governo tedesco sostiene infatti la necessità di rendere nuovamente operativi i trasferimenti dei richiedenti asilo verso i Paesi europei competenti, mentre Roma distingue tra gli arrivi precedenti e successivi al 12 giugno. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha ribadito che l’Italia non intende accettare trasferimenti relativi a casi precedenti a quella data, richiamando gli accordi raggiunti con la Germania sul pregresso.

È su questo scenario che si concentra l’offensiva delle opposizioni. Davide Faraone, vicepresidente di Italia Viva-Casa Riformista, sostiene che gli sviluppi degli ultimi giorni mostrino il fallimento della strategia del governo: alle tensioni con Madrid si aggiungono infatti le richieste di trasferimento provenienti dai Paesi del Centro e Nord Europa. Faraone contesta in particolare la promessa secondo cui il nuovo Patto europeo avrebbe consentito di risolvere le principali criticità nella gestione dei flussi migratori.

Critiche arrivano anche dal Movimento 5 Stelle. Il senatore Marco Croatti punta l’attenzione proprio sul caso svizzero, sostenendo che la ripresa dei trasferimenti dimostri come il criterio del Paese di primo ingresso continui a gravare sugli Stati di frontiera. Secondo il parlamentare pentastellato, senza un sistema realmente efficace di redistribuzione il rischio è che l’Italia debba assumersi maggiori responsabilità senza ricevere un livello equivalente di solidarietà dagli altri partner europei.

Croatti attacca inoltre il cosiddetto modello Albania e chiede al governo quale sia il vantaggio concreto per l’interesse nazionale di una strategia che, nella lettura del M5S, non avrebbe ancora prodotto un meccanismo europeo capace di distribuire in maniera equilibrata gli oneri dell’accoglienza.

Sulla stessa linea il segretario di +Europa Riccardo Magi, che considera le tensioni con Germania e Svizzera una conseguenza della scelta del governo di privilegiare lo scontro tra Stati rispetto alla costruzione di strumenti comuni. Magi mette nel mirino soprattutto la sospensione di Schengen con la Spagna, sostenendo che una progressiva ricostruzione delle frontiere interne rischierebbe di indebolire uno dei pilastri dell’integrazione europea.

Il presidente dei senatori del Pd Francesco Boccia allarga invece il ragionamento alla crisi di Ceuta. Secondo il dirigente democratico, l’emergenza avrebbe mostrato la contraddizione di una politica che risponde a problemi sovranazionali attraverso strumenti nazionali e nuovi controlli tra Paesi membri. La tesi del Pd è che, per un Paese di frontiera come l’Italia, un rafforzamento della cooperazione europea rappresenti una tutela maggiore rispetto a un ritorno alle politiche basate prevalentemente sui confini nazionali.

Lo scontro affonda le radici negli eventi di fine luglio, quando decine di migliaia di persone avevano raggiunto Ceuta dal Marocco. Il governo Meloni aveva reagito introducendo controlli nei confronti degli arrivi dalla Spagna e chiedendo una risposta europea più dura contro l’immigrazione irregolare. Un’iniziativa sostenuta da numerosi governi europei attraverso una lettera congiunta che chiedeva il rafforzamento delle frontiere esterne, maggiori rimpatri e un’azione più incisiva contro i trafficanti.

Il governo respinge però la lettura delle opposizioni. La maggioranza sostiene che il nodo centrale rimanga la protezione delle frontiere esterne dell’Unione e considera inefficaci le politiche di accoglienza che possano trasformarsi in fattori di attrazione per nuovi flussi irregolari. Il ministro Piantedosi ha inoltre rivendicato la posizione italiana sui dublinanti, distinguendo tra le responsabilità derivanti dalle nuove regole europee e il contenzioso relativo ai casi precedenti.

Anche da Forza Italia arriva una replica alle accuse. Il senatore Maurizio Gasparri ha respinto le critiche del Pd, attribuendo alla sinistra europea una gestione fallimentare dell’immigrazione e difendendo la necessità di una politica più rigorosa sui confini e sui rimpatri.

Dietro la polemica politica emerge quindi un problema più ampio: come conciliare responsabilità dei Paesi di primo ingresso e solidarietà europea. Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo nasce proprio con l’obiettivo di trovare un equilibrio tra questi due principi, ma i primi mesi di applicazione stanno mostrando quanto la questione rimanga politicamente esplosiva.

Il confronto tra Roma, Madrid, Berlino e Berna rappresenta così uno dei primi grandi banchi di prova del nuovo sistema. E mentre il governo rivendica la necessità di proteggere maggiormente le frontiere europee, le opposizioni accusano Meloni di una strategia che rischierebbe di trasformare il sovranismo in un boomerang: meno cooperazione tra gli Stati e, per l’Italia, il pericolo di ritrovarsi più esposta proprio sul terreno dell’immigrazione.

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