Roma, 3 agosto 2026 – Si alza il livello dello scontro diplomatico tra Spagna e Italia sulla gestione dell’immigrazione irregolare. Dopo le tensioni provocate dall’arrivo in pochi giorni di decine di migliaia di persone a Ceuta, il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha attaccato apertamente il governo italiano, accusandolo di non aver mostrato la solidarietà che Roma ha più volte richiesto agli altri Paesi europei.
Intervistato dalla televisione pubblica RTVE oggi lunedì 3 agosto, Albares ha sostenuto che l’Italia registra un numero di ingressi irregolari superiore a quello spagnolo e che, negli anni passati, Madrid avrebbe partecipato ai meccanismi europei di ricollocamento accogliendo migranti arrivati sul territorio italiano. Il ministro ha descritto l’Italia come un Paese «travolto» dalla pressione migratoria, contrapponendo questa situazione alla rapidità con cui, secondo il governo spagnolo, è stata affrontata l’emergenza di Ceuta.
La risposta spagnola alla decisione italiana
La polemica era iniziata il 31 luglio, quando il governo di Giorgia Meloni aveva annunciato la temporanea reintroduzione dei controlli sui collegamenti aerei e marittimi provenienti dalla Spagna. La misura, in vigore dal 1° agosto per un mese, riguarda in particolare la verifica della posizione dei cittadini extracomunitari che viaggiano tra i due Paesi.
Roma ha presentato il provvedimento come una decisione straordinaria e limitata nel tempo, giustificata dalla necessità di tutelare la sicurezza nazionale e prevenire eventuali spostamenti irregolari dalla Spagna verso l’Italia. Il governo italiano ha comunque dichiarato di essere disponibile a sostenere iniziative europee dirette ad aiutare Madrid nel controllo delle frontiere esterne.
Albares aveva già reagito parlando di «confusione interessata» e assicurando che l’integrità dello spazio Schengen non era in pericolo. Le autorità spagnole hanno sottolineato che per trasferirsi da Ceuta alla penisola è necessario superare specifici controlli di polizia e che, secondo la Commissione europea, nessuna delle persone entrate nella città autonoma avrebbe raggiunto il territorio continentale dell’Unione.
I numeri della crisi di Ceuta
La crisi è esplosa tra il 30 e il 31 luglio, quando un numero eccezionalmente elevato di persone ha tentato di raggiungere Ceuta dal territorio marocchino, in molti casi attraversando il confine a nuoto. Le stime non sono univoche: il governo centrale spagnolo ha parlato di circa 50 mila ingressi, mentre le autorità locali hanno fornito valutazioni più alte. Il Marocco ha invece indicato una cifra vicina alle 40 mila persone.
Anche il bilancio delle vittime è stato aggiornato più volte e presenta divergenze tra le diverse fonti. Le autorità e i mezzi d’informazione spagnoli hanno riferito del recupero di decine di corpi in mare, mentre Rabat ha diffuso numeri inferiori. La difficoltà di ricostruire con precisione quanto accaduto riguarda anche il numero delle persone rimaste a Ceuta: il presidente della città autonoma, Juan Jesús Vivas, ha stimato che possano essere ancora tra 3 mila e 5 mila.
Madrid sostiene che la maggior parte delle persone entrate sia già rientrata in Marocco. Secondo i dati comunicati dal governo spagnolo, oltre 48 mila migranti sarebbero tornati oltre confine nelle prime 48 ore. L’esecutivo ha attribuito il risultato all’impiego congiunto di Policía Nacional, Guardia Civil, forze armate e mezzi aerei e marittimi, oltre che alla collaborazione delle autorità marocchine.
Madrid difende la collaborazione con il Marocco
Albares ha definito quanto accaduto un fatto «inedito» e «molto insolito», ma ha escluso, almeno pubblicamente, responsabilità dirette del governo marocchino. Il ministro ha affermato di essere rimasto in contatto con il proprio omologo a Rabat e ha evidenziato la disponibilità marocchina a mobilitare le forze di sicurezza e a favorire il ritorno delle persone entrate a Ceuta.
Il governo del Marocco ha respinto le accuse di aver agevolato l’afflusso, attribuendolo invece all’attività delle reti criminali e alla diffusione di messaggi sui social network. Anche Albares ha indicato nella disinformazione uno degli elementi centrali della crisi, denunciando una campagna coordinata che avrebbe diffuso notizie false sulla possibilità di entrare e rimanere in territorio spagnolo.
Il riferimento riguarda anche una recente decisione della giustizia spagnola sui respingimenti delle persone arrivate a nuoto. Secondo Madrid, il contenuto della sentenza sarebbe stato deformato sulle piattaforme digitali, alimentando l’idea che chi avesse raggiunto Ceuta non potesse essere rimpatriato.
La questione arriva a Bruxelles
La controversia tra Italia e Spagna si sposta ora sul piano europeo. Madrid ha chiesto una riunione urgente dei ministri dell’Interno dell’Unione per discutere la situazione e sollecitare una risposta comune. Il governo spagnolo sostiene che Ceuta e Melilla non siano soltanto frontiere nazionali, ma rappresentino due dei confini terrestri più delicati tra l’Unione europea e il continente africano.
Il confronto mette nuovamente in evidenza le divisioni tra gli Stati membri. Da una parte, Italia e altri governi chiedono controlli più severi, rimpatri rapidi e soluzioni esterne all’Unione, come i centri per migranti realizzati da Roma in Albania. Dall’altra, la Spagna rivendica l’efficacia della propria gestione e ricorda che la solidarietà europea non può essere invocata soltanto quando la pressione migratoria riguarda le rotte del Mediterraneo centrale.
Al di là dello scontro verbale, i dati complessivi indicano che nel primo semestre del 2026 gli attraversamenti irregolari alle frontiere esterne dell’Unione sono diminuiti del 37% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, attestandosi a poco più di 49 mila rilevazioni. Frontex precisa tuttavia che i dati conteggiano gli attraversamenti individuati e non necessariamente le singole persone, che possono essere registrate più volte.
La crisi di Ceuta conferma quindi come, anche in una fase di diminuzione generale degli arrivi, un singolo episodio possa mettere rapidamente sotto pressione le frontiere e riaprire le fratture politiche tra i governi europei.