Roma, 10 agosto 2026 – Si riaccende il confronto tra il governo italiano e le organizzazioni non governative impegnate nelle operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. SOS Humanity ha replicato alle dichiarazioni del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, rivendicando la legittimità delle attività svolte dalle navi umanitarie e sottolineando la collaborazione con le autorità italiane.
Al centro della polemica c’è il tema delle navi appartenenti a ONG con sede o bandiera di altri Paesi europei, in particolare la Germania, che soccorrono migranti nel Mediterraneo e successivamente li sbarcano nei porti italiani. Piantedosi aveva sollevato anche la questione di possibili forme di compensazione, nell’ambito di una più ampia discussione sulla distribuzione delle responsabilità tra gli Stati europei.
A rispondere è stata Flore Murard, portavoce per l’Italia di SOS Humanity. L’organizzazione sostiene che, negli ultimi anni, mediamente meno del 10% delle persone arrivate in Italia sia stato soccorso dalle ONG impegnate nelle operazioni di ricerca e salvataggio. SOS Humanity ricorda inoltre che la presenza delle navi della società civile nel Mediterraneo si è sviluppata soprattutto dopo la conclusione dell’operazione italiana Mare Nostrum, con l’obiettivo dichiarato di intervenire nelle situazioni di pericolo in mare.
Secondo la ONG tedesca, le proprie missioni vengono condotte nel rispetto delle norme internazionali e in collaborazione con le autorità italiane, indipendentemente dalla bandiera battuta dalle imbarcazioni. L’organizzazione respinge quindi l’idea che il Paese di registrazione della nave possa modificare gli obblighi legati al soccorso delle persone in difficoltà.
Nel dibattito è intervenuta anche Sea-Watch, altra organizzazione tedesca attiva nel Mediterraneo. La ONG contesta l’ipotesi che Berlino possa impedire alle proprie navi di effettuare operazioni di salvataggio, sostenendo che soccorrere persone in pericolo e condurle verso un luogo sicuro rientri negli obblighi previsti dal diritto internazionale.
La nuova polemica arriva in un momento particolarmente delicato nei rapporti tra le autorità italiane e le organizzazioni umanitarie. Negli ultimi mesi anche i tribunali sono intervenuti su alcuni provvedimenti adottati nei confronti delle navi delle ONG. A marzo il tribunale di Chieti aveva sospeso il fermo e la sanzione imposti alla Humanity 1 dopo un soccorso effettuato nel dicembre 2025.
A luglio SOS Humanity ha inoltre reso noto che il tribunale di Ortona aveva giudicato illegittimo il fermo della Humanity 1, in una controversia legata anche al mancato coordinamento con le autorità libiche. Secondo quanto riferito dall’organizzazione, il tribunale avrebbe ribadito l’impossibilità di considerare la Libia un luogo sicuro per lo sbarco delle persone soccorse.
Il confronto, dunque, va oltre la singola missione di salvataggio e investe uno dei nodi più controversi della politica migratoria europea: chi debba assumersi la responsabilità delle persone soccorse nel Mediterraneo e secondo quali criteri debbano essere individuati i porti di sbarco.
Da una parte il governo italiano continua a chiedere una maggiore condivisione degli oneri tra i Paesi europei, soprattutto quando le operazioni vengono condotte da navi legate ad altri Stati membri. Dall’altra le ONG ribadiscono che il soccorso in mare non può essere subordinato al confronto politico sulla redistribuzione dei migranti.
Una contrapposizione destinata a restare centrale nel dibattito europeo sull’immigrazione, mentre la gestione delle frontiere esterne, i rapporti con i Paesi del Nord Africa e il ruolo delle organizzazioni umanitarie continuano a rappresentare alcuni dei dossier più complessi della politica migratoria dell’Unione europea.