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Migranti, Weber rilancia la stretta europea: «Piano vincolante Ue e Frontex con 50mila operatori»

Roma, 10 agosto 2026 – Una strategia europea vincolante per contrastare l’immigrazione irregolare, un forte potenziamento di Frontex e una rete di accordi con i Paesi africani per accelerare i rimpatri. È la proposta rilanciata dal leader del Partito popolare europeo, Manfred Weber, che dopo la crisi migratoria di Ceuta chiede all’Unione europea di trasformare la gestione delle frontiere in una vera politica comune.

In un intervento sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, ripreso dall’ANSA, Weber definisce quanto accaduto nell’enclave spagnola un «banco di prova» per l’Europa. La convinzione del presidente del Ppe è che gli Stati membri non possano affrontare individualmente fenomeni migratori e reti criminali che operano su scala internazionale. Per Weber, in materia di immigrazione irregolare, «solo l’azione europea funziona».

Da qui la richiesta di portare il tema al prossimo Consiglio europeo e arrivare alla definizione di un piano di attuazione vincolante, nel quale siano stabilite responsabilità precise per gli Stati e le istituzioni dell’Unione, insieme a scadenze e obiettivi verificabili. L’obiettivo sarebbe superare una gestione affidata prevalentemente alle risposte dei singoli governi, che secondo Weber rischiano di spostare i flussi da un Paese all’altro senza risolvere il problema alla radice.

Frontex verso una vera guardia di frontiera europea

Il punto più ambizioso della proposta riguarda Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. Weber propone di trasformarla progressivamente in una vera forza europea per il controllo delle frontiere, dotata di 50mila operatori, chiamati a lavorare insieme alle autorità nazionali lungo i confini esterni dell’Unione.

Si tratterebbe di un salto di scala molto significativo. L’attuale programma di sviluppo del corpo permanente di Frontex prevede infatti di arrivare a 10mila unità entro il 2027, tra personale direttamente impiegato dall’Agenzia e operatori messi a disposizione dagli Stati membri. La proposta di Weber porterebbe dunque la capacità operativa prevista a un livello cinque volte superiore.

Per il leader del Ppe, rafforzare le frontiere esterne consentirebbe anche di limitare la necessità di ricorrere ai controlli tra i Paesi dell’area Schengen. Gli uomini impiegati alle frontiere interne, sostiene Weber, vengono infatti sottratti alla protezione del perimetro esterno dell’Unione.

Alla componente operativa dovrebbe affiancarsi quella dell’intelligence. Weber propone un quadro europeo comune per contrastare le organizzazioni dedite al traffico di migranti e una collaborazione molto più stretta tra i servizi di informazione dei diversi Stati membri.

Hub per i rimpatri e accordi con i Paesi africani

Un altro elemento centrale riguarda i rimpatri. La crisi di Ceuta, secondo Weber, avrebbe mostrato l’importanza della collaborazione con i Paesi confinanti e di transito. Nel caso dell’enclave spagnola, il ruolo del Marocco è stato determinante nel bloccare il proseguimento dei migranti verso l’area Schengen e nel riprendere le persone entrate irregolarmente.

Da questa esperienza Weber fa discendere la necessità di accelerare sulla creazione di hub per i rimpatri in Africa, coinvolgendo i governi disposti a collaborare con Bruxelles.

In cambio, l’Europa potrebbe offrire ai Paesi partner una cooperazione più ampia: relazioni commerciali rafforzate, investimenti e collaborazione economica, ma anche canali regolamentati di migrazione legale. Un modello che punta quindi a combinare maggiore fermezza sull’immigrazione irregolare con incentivi per gli Stati terzi che accettano di collaborare con l’Unione.

Il nodo della politica migratoria europea

La presa di posizione del leader del Ppe arriva mentre la gestione delle frontiere è tornata al centro del confronto politico europeo. Weber chiede soprattutto di evitare che l’intero sistema rimanga condizionato dalle resistenze del singolo Stato membro e sollecita un mandato più forte alla Commissione europea per mettere in pratica le decisioni comuni.

Il principio indicato è netto: chi non possiede i requisiti per rimanere legalmente nell’Unione deve essere effettivamente rimpatriato. Ma, nella strategia delineata dal presidente del Ppe, questo risultato dovrebbe essere raggiunto non attraverso una moltiplicazione delle iniziative nazionali, bensì attraverso un sistema europeo integrato di controllo delle frontiere, rimpatri e cooperazione internazionale.

La proposta delle 50mila unità per Frontex apre così un nuovo capitolo nel dibattito sulla politica migratoria dell’Unione: non soltanto maggiore coordinamento tra gli Stati, ma il progressivo trasferimento a livello europeo di una parte consistente della responsabilità operativa sulla sicurezza delle frontiere esterne.

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