Il presidente della Cei interviene al Meeting di Rimini e critica la contrapposizione politica sul tema dell’immigrazione: salvare le persone in mare non significa aprire indiscriminatamente le frontiere. L’appello anche all’Europa per una risposta comune e solidale.
Roma, 24 agosto 2026 – Il dibattito sull’immigrazione non può essere ridotto a uno scontro permanente tra chi invoca la chiusura delle frontiere e chi viene accusato di volerle lasciare completamente aperte. È questo, in sintesi, il messaggio lanciato dal cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, intervenuto al Meeting di Rimini.
Zuppi ha criticato quella che ha definito una «stupida e volgare polarizzazione» del confronto sui migranti, contestando in particolare l’equazione secondo cui salvare tutte le persone in pericolo significherebbe automaticamente consentire a tutti di entrare e rimanere in Europa.
Per il presidente della Cei, il primo principio deve restare quello della tutela della vita umana. Solo successivamente devono entrare in gioco gli strumenti politici e amministrativi necessari a governare i flussi: percorsi regolari, legalizzazione, regolarizzazione e meccanismi capaci di contrastare l’immigrazione irregolare attraverso canali legali. Un’impostazione che, secondo Zuppi, dovrebbe permettere di superare la contrapposizione ideologica che da anni caratterizza il dibattito italiano ed europeo.
«Più accoglienza è più futuro»
Nel ragionamento del cardinale c’è anche una dimensione che guarda oltre l’emergenza. Per Zuppi il fenomeno migratorio deve essere affrontato pensando al futuro delle società europee, non soltanto alla gestione immediata degli arrivi. Da qui la sua affermazione secondo cui «più accoglienza è più futuro», accostata al tema della crisi demografica che interessa l’Italia e gran parte dell’Europa.
Le parole del presidente della Cei arrivano inoltre nel solco dell’intervento di Papa Leone XIV, che al Meeting aveva richiamato la necessità di mettere le persone prima delle frontiere. Zuppi ha definito quel principio sostanzialmente incontestabile, insistendo sulla necessità di evitare che paura e insicurezza inducano le società a trasformarsi in comunità sempre più chiuse e contrapposte.
Il riferimento è anche alle tragedie che continuano a verificarsi lungo le rotte migratorie e nel Mediterraneo. Per il cardinale, la ricerca di sicurezza non può trasformarsi nella costruzione di una sorta di “enclave” impermeabile a ciò che accade all’esterno.
L’appello all’Europa
Zuppi ha poi riportato la questione alla sua dimensione continentale. La gestione delle migrazioni, ha sottolineato, non può essere lasciata esclusivamente ai Paesi maggiormente esposti geograficamente, ma richiede una risposta europea comune, fondata sulla solidarietà e sulla collaborazione tra gli Stati membri.
Il suo intervento arriva in giorni nei quali il confronto sull’immigrazione è tornato particolarmente acceso anche sul piano politico. Il 23 agosto il Viminale ha disposto, tra le altre cose, il fermo amministrativo per 45 giorni della nave Sea-Watch 5, accusata dalle autorità italiane di avere violato le norme previste per le operazioni delle Ong. La decisione ha provocato una nuova contrapposizione tra governo, organizzazioni umanitarie e opposizioni.
È proprio contro questa logica di schieramenti contrapposti che sembra indirizzarsi il richiamo del presidente della Cei. Nel ragionamento di Zuppi, infatti, soccorso e controllo dell’immigrazione non devono necessariamente essere considerati principi incompatibili: è possibile difendere la vita delle persone in pericolo e, allo stesso tempo, costruire regole, percorsi legali e politiche europee capaci di governare i movimenti migratori.
Un approccio che tenta dunque di spostare il confronto dall’alternativa tra “porti aperti” e “porti chiusi” verso una questione più complessa: come garantire sicurezza, legalità e controllo dei flussi senza rinunciare ai principi umanitari e alla tutela della vita. Ed è su questo terreno che Zuppi chiede alla politica italiana ed europea di abbandonare slogan e polarizzazioni per cercare soluzioni di lungo periodo.