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Migranti, Connect al Senato: “Mediatori interculturali stabili nelle istituzioni e una rete contro la disinformazione”

Roma, 19 giugno 2026 – Riconoscere in modo stabile la figura del mediatore interculturale all’interno delle istituzioni e costruire una rete qualificata per contrastare la disinformazione sulle migrazioni. Sono le due principali proposte avanzate dall’associazione Connect APS durante l’incontro “Dall’ascolto alla proposta: costruire insieme il futuro delle politiche migratorie in Italia”, promosso al Senato dalla senatrice Sabrina Licheri e ospitato nella Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro.

A illustrarle è stata Laura Ghiandoni, presidente di Connect APS, associazione impegnata nella comunicazione per i diritti civili, l’inclusione e il contrasto alla discriminazione. Il suo intervento è partito dalle storie raccolte nell’ambito di un lavoro di inchiesta giornalistica dedicato alle discriminazioni, alle barriere linguistiche e alle difficoltà incontrate dalle persone con background migratorio nel rapporto con i servizi sociali, sanitari, giudiziari e penitenziari.

Secondo Connect, proprio in questi ambiti emerge con forza la necessità di una mediazione interculturale non episodica, ma strutturale. Le persone migranti che vivono condizioni di fragilità, legate per esempio alla salute mentale, allo sfruttamento criminale o alla tratta, rischiano infatti di trovarsi isolate davanti a sistemi complessi, spesso incapaci di interpretare correttamente lingua, contesto culturale e dinamiche personali.

“Quando una persona con background migratorio vive una condizione di fragilità, legata alla salute mentale, allo sfruttamento criminale o alla tratta, rischia di trovarsi completamente isolata”, ha dichiarato Ghiandoni. “La barriera linguistica e la mancata conoscenza dei contesti culturali possono generare interpretazioni sbagliate, ritardi e decisioni capaci di incidere drammaticamente sulla vita delle persone”.

Nel corso dell’incontro è stato ricordato il caso di una donna vittima di tratta alla quale era stata sottratta la figlia dopo che il sistema di assistenza aveva interpretato in modo errato la situazione familiare. Solo l’intervento di una mediatrice interculturale, in grado di comprendere la lingua della donna e le dinamiche delle reti criminali coinvolte nello sfruttamento, ha permesso di ricostruire la vicenda, attivare una squadra specializzata e proteggere madre e bambina.

Da qui la richiesta di un riconoscimento istituzionale della figura del mediatore interculturale, con una presenza stabile nei servizi pubblici e negli istituti penitenziari. Per Connect non si tratta di una funzione accessoria, ma di una professionalità indispensabile per garantire risposte più efficaci, tempestive e rispettose dei diritti delle persone.

“La mediazione interculturale non può dipendere dalla disponibilità occasionale di una singola persona o essere attivata soltanto quando la situazione è ormai compromessa”, ha sottolineato Ghiandoni. “Servono professionisti riconosciuti, formati e inseriti stabilmente nei servizi attraverso un adeguato inquadramento contrattuale. Devono diventare punti di riferimento nei percorsi sociali, sanitari, giudiziari e penitenziari”.

Accanto ai mediatori, l’associazione propone anche un maggiore coinvolgimento di etnopsicologi e professionisti capaci di distinguere tra comportamenti legati a differenti contesti culturali e manifestazioni riconducibili a problemi di salute mentale. L’obiettivo è evitare valutazioni esclusivamente etnocentriche e favorire interventi più appropriati nei casi di maggiore vulnerabilità.

Il secondo asse della proposta riguarda il contrasto alla disinformazione sulle migrazioni. Secondo Connect, le narrazioni manipolatorie agiscono su più livelli: nei Paesi di origine, dove il viaggio verso l’Europa viene talvolta rappresentato come semplice e privo di rischi, e nei Paesi di destinazione, dove termini come “invasione” alimentano paura, tensione sociale e sfiducia nelle istituzioni.

“La disinformazione sui fenomeni migratori non produce soltanto cattiva informazione”, ha aggiunto la presidente di Connect. “Può spingere giovani nelle mani dei trafficanti, trasformare i migranti in capri espiatori e indebolire la fiducia dei cittadini nella democrazia. Per questo occorre affrontarla come una questione che riguarda anche la sicurezza e la tenuta delle nostre istituzioni”.

La proposta avanzata dall’associazione è la creazione di un network formato da rappresentanti delle diaspore, giornalisti investigativi, esperti di fact-checking, analisti geopolitici, giuristi e studiosi. La rete avrebbe il compito di monitorare le notizie provenienti dall’estero, individuare campagne manipolatorie e fornire informazioni verificate sia alle comunità presenti in Italia sia ai cittadini dei Paesi di origine.

“Dobbiamo costruire presìdi di verità capaci di contrastare le false notizie in Italia e, allo stesso tempo, di proteggere le persone nei Paesi di origine dalle promesse ingannevoli utilizzate dalle reti criminali”, ha concluso Ghiandoni. “I rappresentanti delle diaspore possono offrire competenze linguistiche, culturali e territoriali indispensabili, ma devono lavorare insieme a professionisti dell’informazione, della ricerca e del diritto”.

All’incontro hanno preso parte rappresentanti di comunità e associazioni impegnate sui temi dell’inclusione, professionisti del settore dei diritti umani e dell’immigrazione, artisti e responsabili istituzionali. L’obiettivo, emerso nel corso del confronto, è trasformare l’ascolto delle esperienze in proposte concrete per il futuro delle politiche migratorie in Italia.

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