Si allarga il fronte giudiziario sui provvedimenti adottati nei confronti delle navi umanitarie impegnate nel Mediterraneo. Secondo una ricostruzione pubblicata da Repubblica, sono ormai ventidue le decisioni dei tribunali italiani favorevoli alle Ong, con annullamenti o sospensioni di fermi amministrativi e sanzioni. Ma spesso le sentenze arrivano quando lo stop imposto alle navi è già terminato.
Roma, 25 agosto 2026 – Il braccio di ferro tra governo e organizzazioni non governative impegnate nel soccorso dei migranti si sposta sempre più frequentemente dalle acque del Mediterraneo alle aule dei tribunali. Negli ultimi anni le misure introdotte per regolamentare l’attività delle navi umanitarie hanno prodotto una lunga serie di contenziosi e, in numerosi casi, i giudici hanno successivamente dato ragione alle Ong.
Il dato più significativo riguarda il numero delle pronunce: sarebbero 22 le sentenze favorevoli alle organizzazioni umanitarie, nelle quali sono stati annullati o sospesi provvedimenti di fermo e sanzioni amministrative.
Il nodo, tuttavia, è rappresentato dai tempi della giustizia. Molte decisioni arrivano dopo mesi, quando i periodi di fermo – spesso di 20, 30 o 60 giorni – sono già stati interamente scontati. In altre parole, anche quando il provvedimento viene successivamente giudicato illegittimo, la nave può essere rimasta comunque impossibilitata a effettuare missioni di ricerca e soccorso per settimane. È proprio questo uno degli aspetti più contestati dalle organizzazioni umanitarie.
Le decisioni dei tribunali
La giurisprudenza che si è formata negli ultimi anni riguarda diversi aspetti delle operazioni nel Mediterraneo. In alcuni casi i giudici hanno contestato la possibilità di sanzionare le navi per non aver seguito le indicazioni provenienti dalle autorità libiche.
Nel giugno 2024, ad esempio, il Tribunale civile di Crotone giudicò illegittimo il fermo della Humanity 1, decisione successivamente confermata in appello. Nel dicembre dello stesso anno il Tribunale di Vibo Valentia si pronunciò sul fermo della Sea-Eye 4, ritenendo che l’equipaggio avesse rispettato gli obblighi internazionali di soccorso.
Nel febbraio 2025 il Tribunale civile di Roma annullò invece un fermo della Sea-Watch 5, stabilendo che non fossero state dimostrate le violazioni contestate all’organizzazione. Altri pronunciamenti hanno riguardato negli anni Ocean Viking, Mediterranea e altre navi della flotta civile.
Il contenzioso è proseguito anche nel 2026. A febbraio il Tribunale di Catania ha sospeso un fermo di 15 giorni e la relativa multa inflitti alla Sea-Watch 5 dopo un’operazione di soccorso di 18 persone. Nello stesso periodo il Tribunale civile di Genova ha annullato definitivamente alcune sanzioni precedentemente imposte alla Geo Barents, la nave allora utilizzata da Medici Senza Frontiere.
Ad aprile è arrivata poi una nuova decisione favorevole a Open Arms: il Tribunale di Massa ha annullato il fermo amministrativo collegato a una precedente missione nel Mediterraneo centrale.
Il nuovo caso Sea-Watch 5
La questione torna di particolare attualità proprio in questi giorni. La Sea-Watch 5 è stata sottoposta a un nuovo fermo amministrativo di 45 giorni e a una multa di 7.500 euro, dopo aver soccorso il 13 agosto sei persone, tra cui tre minori non accompagnati, in acque internazionali. La nave è attualmente ferma nel porto di Napoli.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sostiene che l’imbarcazione non abbia rispettato gli obblighi previsti dalle norme italiane, sottolineando che le operazioni di ricerca e soccorso devono essere coordinate dagli Stati competenti.
Sea-Watch ha confermato di non aver collaborato con il centro di coordinamento libico, sostenendo però che non possa essere considerato un interlocutore affidabile. Secondo l’organizzazione, poco dopo il salvataggio alcuni uomini appartenenti alle forze libiche avrebbero minacciato l’equipaggio con un’arma.
È quindi probabile che anche quest’ultimo provvedimento finisca davanti a un giudice, aprendo un nuovo capitolo di uno scontro che ormai segue uno schema ricorrente: il Viminale dispone il fermo, la nave resta in porto e l’Ong presenta ricorso; mesi dopo, in diversi casi, il tribunale annulla la sanzione.
Il contrasto non riguarda soltanto l’interpretazione delle norme italiane, ma investe questioni più ampie: gli obblighi internazionali di soccorso, il ruolo delle autorità libiche, la tutela delle persone salvate e i limiti entro i quali uno Stato può regolamentare l’attività delle navi civili.
Le ventidue pronunce favorevoli alle Ong fotografano dunque una situazione nella quale la politica restrittiva sui soccorsi in mare continua a essere sottoposta al vaglio della magistratura, con risultati che in numerosi casi hanno rimesso in discussione le sanzioni adottate dalle autorità italiane. Resta però il problema dell’efficacia concreta delle decisioni: quando una sentenza arriva dopo che una nave è rimasta bloccata per settimane, l’annullamento del fermo non può restituire il tempo durante il quale l’imbarcazione non ha potuto operare nel Mediterraneo.