Roma, 17 giugno 2026 – Si accende lo scontro politico europeo sui centri per migranti fuori dai confini dell’Unione e, in particolare, sul modello Albania promosso dal governo italiano. A margine del voto della commissione LIBE del Parlamento europeo sul regolamento rimpatri, l’eurodeputata francese dei Verdi Melissa Camara ha lanciato un duro attacco contro le nuove politiche europee in materia di migrazione, denunciando condizioni gravissime nei centri albanesi.
Camara ha raccontato di aver visitato un centro in Albania, definendolo un luogo di isolamento estremo, dove alcuni migranti avrebbero tentato il suicidio. Secondo l’eurodeputata, la situazione rappresenterebbe il simbolo di una deriva politica che rischia di trasformare la gestione dei flussi migratori in un sistema fondato sulla detenzione e sull’allontanamento delle persone considerate irregolari.
Il suo intervento arriva in un momento particolarmente delicato per l’Unione europea. Il nuovo regolamento rimpatri punta infatti a rendere più rapida ed efficace l’espulsione dei cittadini di Paesi terzi che non hanno diritto a restare nell’Ue, introducendo strumenti comuni e rafforzando la cooperazione tra gli Stati membri. Tra i punti più discussi c’è proprio la possibilità di creare o utilizzare centri di rimpatrio in Paesi terzi, fuori dal territorio dell’Unione.
Per Camara, però, questa impostazione rappresenta un arretramento sul piano dei diritti. L’eurodeputata ha accusato le forze di destra ed estrema destra di aver imposto una linea sempre più dura, sostenendo che la nuova legislazione rischia di colpire non solo uomini adulti, ma anche famiglie, donne e minori. Il pericolo, secondo la rappresentante dei Verdi, è che persone colpevoli soltanto di non possedere un documento europeo vengano trattenute in strutture dove le garanzie fondamentali non sarebbero pienamente rispettate.
Le sue parole riaprono il dibattito sul modello Albania, già al centro di polemiche politiche e giuridiche in Italia e in Europa. Da una parte, i sostenitori della linea più restrittiva lo considerano uno strumento utile per alleggerire la pressione sui sistemi nazionali di accoglienza e rendere più credibili le procedure di rimpatrio. Dall’altra, organizzazioni per i diritti umani e gruppi progressisti temono che l’esternalizzazione delle procedure migratorie possa ridurre le tutele effettive per richiedenti asilo e migranti vulnerabili.
Il voto in commissione LIBE conferma dunque la profonda frattura che attraversa il Parlamento europeo sul tema migratorio. Il regolamento rimpatri si inserisce nel più ampio percorso di riforma della politica europea sull’asilo e l’immigrazione, ma resta uno dei capitoli più controversi: per i suoi sostenitori è una risposta necessaria all’irregolarità, per i critici rischia invece di normalizzare la detenzione e lo spostamento dei migranti fuori dallo spazio giuridico europeo.
La battaglia politica è destinata a proseguire in plenaria, dove il Parlamento europeo sarà chiamato a pronunciarsi definitivamente sulle nuove norme. Nel frattempo, le accuse di Camara riportano al centro del confronto una domanda cruciale: fino a che punto l’Europa può spingersi nel rafforzamento dei rimpatri senza sacrificare i principi fondamentali su cui afferma di fondarsi?