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Centri in Albania, il TAI lancia la campagna “Renditi conto”: «Il costo non è solo economico»

Roma, 7 luglio 2026 – Non solo milioni di euro spesi per la costruzione e la gestione delle strutture. I centri italiani per migranti realizzati in Albania avrebbero anche un costo umano e democratico che, secondo il Tavolo Asilo e Immigrazione, resta troppo spesso fuori dal dibattito pubblico.

È questo il messaggio al centro di “RENDITI CONTO – Centri in Albania. Il costo non è solo economico”, la nuova campagna lanciata dal TAI, rete che riunisce numerose organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti delle persone migranti e richiedenti asilo.

La campagna prende forma sui canali digitali attraverso la simulazione di un alert bancario che segnala un inatteso addebito da 74 milioni di euro, cifra indicata come spesa documentabile per la costruzione dei centri sulla base dei dati del rapporto Trattenuti di ActionAid del 2025.

L’obiettivo, tuttavia, è spostare l’attenzione oltre il solo costo finanziario dell’operazione e mettere in evidenza le conseguenze che il cosiddetto “modello Albania” avrebbe sulle persone trattenute, sulla trasparenza delle procedure e sul controllo democratico.

Secondo il TAI, il peso maggiore ricade innanzitutto sui migranti trasferiti e trattenuti nelle strutture. La rete denuncia situazioni di isolamento, difficoltà di comunicazione con i familiari, ostacoli nell’accesso alle cure e alla tutela legale e carenze nelle informazioni sulle ragioni e sulle destinazioni dei trasferimenti.

Durante le visite effettuate nei centri, il Tavolo afferma di aver raccolto testimonianze di forte sofferenza psicologica. Nel comunicato vengono segnalati il ricorso agli psicofarmaci e casi di autolesionismo e tentativi di suicidio. «Sono sempre solo, ho paura», «Appena qualcuno mi dice qualcosa, io piango» e «Volevo il contratto, ma nessuno me lo ha fatto» sono alcune delle frasi attribuite alle persone incontrate durante il monitoraggio.

Accanto al costo umano, il TAI denuncia anche un problema di trasparenza. Organizzazioni della società civile, giornalisti e delegazioni parlamentari avrebbero incontrato difficoltà nell’ottenere informazioni sul numero delle persone trattenute, sulle procedure applicate e sulle condizioni all’interno delle strutture.

Secondo la rete di associazioni, questa limitazione dell’accesso alle informazioni renderebbe più difficile il controllo pubblico su quanto avviene nei centri di Shëngjin e Gjadër, alimentando quella che il TAI definisce una preoccupante opacità sul funzionamento del sistema.

C’è poi la questione economica. Il Tavolo richiama una previsione di spesa superiore a 670 milioni di euro fino al 2028, risorse che, secondo i promotori della campagna, avrebbero potuto essere destinate a servizi pubblici come asili nido, scuole, ospedali, terapie intensive, borse di specializzazione per il personale sanitario e interventi di welfare.

Le strutture in Albania erano state inizialmente progettate per accogliere persone migranti soccorse in mare e sottoporle a procedure accelerate di asilo al di fuori del territorio italiano. Successivamente il loro utilizzo è stato esteso al trasferimento di persone già trattenute nei Centri di permanenza per il rimpatrio italiani.

Proprio questa evoluzione è, secondo il TAI, uno degli elementi più problematici del progetto, sul quale continua a pesare anche il tema della compatibilità con il diritto europeo.

Grazie alla collaborazione con parlamentari italiani ed europei, la rete ha effettuato visite e attività di monitoraggio indipendente nei centri, denunciando criticità relative ai diritti delle persone trattenute, alla trasparenza e alle garanzie procedurali.

Per il Tavolo Asilo e Immigrazione, quanto avviene oltre Adriatico non riguarda soltanto chi viene trasferito nei centri, ma la qualità complessiva della democrazia e dello stato di diritto.

La rete torna quindi a chiedere la chiusura delle strutture di Shëngjin e Gjadër e l’abbandono definitivo del “modello Albania”. Secondo il TAI, il progetto rappresenterebbe una nuova forma di esternalizzazione delle politiche migratorie, nella quale la frontiera viene progressivamente spostata al di fuori dei confini nazionali e in luoghi più lontani dal controllo dell’opinione pubblica.

Una sperimentazione che, secondo le organizzazioni promotrici della campagna, rischia di normalizzare la possibilità di ridurre diritti e garanzie quando le persone vengono trasferite in spazi meno visibili e più difficili da monitorare.

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